Danni provocati dal condominio

Cassazione Civile Ord. Sez. 3 Num. 21977 Anno 2022
Presidente: SPIRITO ANGELO Relatore: ROSSETTI MARCO
Data pubblicazione: 12/07/2022

1. Nel 2011 B convenne dinanzi al Tribunale di Milano M, esponendo: -) di essere proprietario di un
appartamento sottostante quello di proprietà del convenuto; -) il convenuto aveva eseguito nel proprio
immobile lavori di ristrutturazione che avevano provocato infiltrazioni d’acqua nel piano sottostante ed altri
danni al soffitto e all’impianto elettrico. Chiese pertanto la condanna del convenuto al risarcimento del
danno.
2. M si costituì e, oltre a chiedere il rigetto della domanda attorea, chiese ed ottenne di essere autorizzato a
chiamare in causa i tre appaltatori cui aveva affidato l’esecuzione dei lavori, nonché il direttore dei lavori. In
seguito alla chiamata in causa l’attore estese la propria domanda nei confronti……, inoltre, chiamarono in
causa il proprio assicuratore della responsabilità civile per esserne garantiti in caso di soccombenza.
3. Con sentenza 14 luglio 2017 n. 8008 il Tribunale rigettò la domanda.
La sentenza venne appellata da B. Con sentenza 29 ottobre 2018 n. 4699 la Corte d’appello di Milano rigettò
il gravame. La Corte d’appello ritenne che: -) il convenuto non poteva essere chiamato a rispondere dei danni
ex articolo 2051 c.c., perché nel caso di specie non ricorreva un’ipotesi di danni arrecati “dalla cosa”, ma di
danni arrecati dal fatto dell’uomo; -) il convenuto non poteva essere chiamato a rispondere ex articolo 2049
c.c. del fatto degli appaltatori, perché l’appaltatore opera in autonomia assumendone il rischio; la
responsabilità del committente si sarebbe potuta invocare solo per culpa in eligendo o in vigilando, ambedue
non sussistenti nel caso di specie; -) la domanda nei confronti dell’…..e andava rigettata poiché, pur essendo
certa l’esistenza del danno e la sua derivazione dai lavori di ristrutturazione commissionati da M, non era
possibile stabilire quale, fra i tre appaltatori che si occuparono della ristrutturazione, avesse materialmente
generato la causa del danno.
4. La sentenza d’appello è stata impugnata per cassazione da B con ricorso fondato su tre motivi.
Hanno resistito con controricorso……

RAGIONI DELLA DECISIONE
1. Col primo motivo B lamenta, ai sensi dell’articolo 360, n. 3, c.p.c., la violazione dell’articolo 2051 c.c..
Deduce – in estrema sintesi – che tale norma deve trovare applicazione sia quando il danno sia arrecato dalla
cosa per il suo intrinseco dinamismo, sia quando sia arrecato dalla cosa per il fattore dannoso in essa insorto
in conseguenza dell’opera dell’uomo, come appunto era avvenuto nel caso di specie.
1.1. Il motivo è fondato. Il proprietario di un appartamento, infatti, risponde ai sensi dell’art. 2051 c.c. dei
danni causati dalla rottura di una tubazione, causata dall’appaltatore cui siano stati affidati lavori di restauro.
1.2. Questa Corte a tal riguardo ha ripetutamente affermato che l’art. 2051 c.c. trova applicazione sia quando
il danno sia stato arrecato dalla cosa in virtù del suo intrinseco dinamismo, sia quando sia stato arrecato dalla
cosa in conseguenza dell’agente dannoso in essa fatto insorgere dalla condotta umana (così già Sez. 3,
Sentenza n. 987 del 27/03/1972, Rv. 357287 – 01, ma il principio è rimasto sempre immutato: più di recente,
ex plurimis, Sez. 3, Sentenza n. 10649 del 04/06/2004, Rv. 573386 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 4480 del
28/03/2001, Rv. 545243 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 2331 del 16/02/2001, Rv. 543914 – 01). E’ di conseguenza
irrilevante, al fine di escludere la responsabilità ex art. 2051 cod. civ., che il processo dannoso sia stato
provocato da elementi esterni, quando la cosa sia obbiettivamente suscettibile di produrre danni (ex plurimis,
Sez. 3, Sentenza n. 6121 del 18/06/1999, Rv. 527663 – 01). 1.3. Ciò posto in diritto, rileva il Collegio in punto
di fatto che tanto una tubazione idrica, quanto l’acqua in essa contenute, sono “cose” per i fini di cui
all’articolo 2051 c.c., ed a tali fini nulla rileva se abbiano arrecato un danno perché guaste per vetustà o
perché guastate dall’uomo. Nell’uno, come nell’altro caso, infatti, grava pur sempre sul custode l’onere di
vigilare affinché la propria cosa non arrechi danno a terzi. In applicazione di questi princìpi, già in passato
questa Corte ha ammesso l’invocabilità dell’art. 2051 c.c. nei confronti del custode d’un immobile che abbia
arrecato danni a terzi in conseguenza dei lavori di restauro su esso eseguiti (così Sez. 3, Sentenza n. 723 del
27/01/1988, Rv. 457158 – 01, la quale ha confermato la sentenza di merito che aveva ritenuto la
responsabilità d’un Comune ex art. 2051 cod. civ. per i danni da infiltrazioni di acqua piovana ad un immobile,
conseguenti alla difettosa esecuzione di opere di scavo lungo la contigua strada comunale). 1.4. Né la
responsabilità del custode può escludersi per il solo fatto che questi abbia affidati a terzi lavori di restauro.
E’ infatti altrettanto pacifico, nella giurisprudenza di questa Corte, che salva l’ipotesi in cui l’appalto comporti
il totale trasferimento all’appaltatore del potere di fatto sull’immobile nel quale deve essere eseguito il lavoro
appaltato, non viene meno per il committente detentore dell’immobile stesso che continui ad esercitare
siffatto potere, il dovere di custodia e di vigilanza. (Sez. 3 – , Sentenza n. 41435 del 23/12/2021, Rv. 663448 –
01; Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 31601 del 04/11/2021, Rv. 662646 – 01; Sez. 3 – , Sentenza n. 7553 del 17/03/2021,
Rv. 660915 – 01)
2. Col secondo motivo il ricorrente lamenta, ai sensi dell’articolo 360, n. 3, c.p.c., la violazione degli articoli
2043 e 2049 c.c.. Deduce che erroneamente la Corte d’appello ha escluso una culpa in vigilando aut in
eligendo di M, nella scelta e nella vigilanza delle imprese cui affidò i lavori di ristrutturazione.
2.1. Il motivo è manifestamente inammissibile perché censura la valutazione delle prove. 3. Col terzo motivo
il ricorrente lamenta, ai sensi dell’articolo 360, n. 4, c.p.c., la violazione degli articoli 112 e 115 c.p.c.; nonché,
ai sensi dell’articolo 360, n. 3, c.p.c., la violazione degli articoli 2043, 2051 e 2055 c.c. Il motivo, se pur
formalmente unitario, contiene plurime censure così riassumibili: a) ha errato la Corte d’appello nel ritenere
che B avesse esteso la propria domanda nei confronti di uno solo fra i vari chiamati in causa, e cioè nei
confronti della società…..; in realtà la domanda attorea doveva ritenersi automaticamente estesa a tutti i
chiamati in causa, ivi compreso il direttore dei lavori, in virtù del principio secondo cui quando il convenuto
alleghi che la responsabilità vada ascritta a sé, ma ad un terzo, provvedendo a chiamarlo in causa, la domanda
attorea si estende ipso iure al chiamato; b) erroneamente la Corte d’appello ha ritenuto che alle imprese
presenti sul cantiere erano stati affidati compiti diversi, con la conseguenza che l’una di esse non poteva
essere chiamata a rispondere dei danni causati dalle altre; c) la Corte d’appello aveva “violato l’articolo 2055
c.c.”, poiché essendo certa l’esistenza dei danni, ed essendo certa la loro derivazione causale dei lavori di
ristrutturazione eseguiti nell’appartamento soprastante, era superfluo accertare quale fra le varie imprese
presenti sul cantiere aveva eseguito l’operazione materiale fonte di danno. 3.1. La prima censura è
inammissibile per estraneità alla ratio decidendi. Se, infatti, è vero che nel caso di chiamata in causa avente
ad oggetto la c.d. ab observantia iudicii la domanda attorea si estende automaticamente al terzo chiamato,
è altresì vero che questo effetto si verifica salvo che l’attore dichiari espressamente di rinunciare
all’estensione o alla domanda. E la Corte d’appello, nel caso di specie, ha espressamente affermato che “la
domanda originariamente estesa da parte attrice veniva rinunciata in sede di precisazione delle conclusioni,
così insistendo l’attore nella richiesta di condanna unicamente nei confronti di B e …… Il ricorrente tuttavia
non censura tale affermazione, sicché deve concludersi che correttamente la Corte d’appello non ha preso
in esame le domande espressamente rinunciate. 3.2. La seconda delle suesposte censure è inammissibile
perché investe la valutazione delle prove. 3.3. La terza censura è manifestamente infondata. La Corte
d’appello infatti non ha violato l’articolo 2055 c.c., perché ha ritenuto di tale norma mancante il presupposto:
e cioè la eadem causa obligandi, ovvero la compartecipazione colposa di più soggetti alla causazione del
medesimo evento dannoso. Tale valutazione è corretta in punto di diritto, in quanto l’applicazione
dell’articolo 2055 c.c. esige l’accertamento di un nesso di causalità tra le varie condotte dell’evento di danno,
nesso ritenuto indimostrato dal Tribunale. Lo stabilire, poi, se tale valutazione sia stata corretta in punto di
fatto è questione che esula dal perimetro del giudizio di legittimità. 4. I ricorsi incidentali, che vertono sulla
regolazione delle spese, restano assorbiti: il giudice di rinvio dovrà infatti esaminare ex novo, alla luce dei
princìpi sopra esposti, tanto la domanda principale, quanto le domande di garanzia formulate da B e rimaste
assorbite. 5. Le spese del presente giudizio di legittimità saranno liquidate dal giudice del rinvio. Per questi
motivi: (-) accoglie il primo motivo del ricorso principale, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa alla
Corte d’appello di Milano, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio
di legittimità; (-) dichiara assorbiti i ricorsi incidentali.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Terza Sezione civile della Corte di cassazione, addì 13
aprile 2022.