Roma, 5 Febbraio 2020

In relazione alla prossima discussione di alcuni emendamenti alla Proposta di Legge 198, in merito alla
gestione del patrimonio di Edilizia Residenziale Pubblica (case popolari) della Regione Lazio, SUNIA,
SICET ed UNIAT hanno inviato la lettera che pubblichiamo al fine di contribuire ad un dibattito
costruttivo.

Alcuni dati del disagio abitativo a Roma nel 2019:

  •  4.915 nuove sentenze di sfratto (4.457 per morosità)
  • 7.778 richieste di esecuzione con la forza pubblica
  • 2.150 sfratti eseguiti con l’ausilio della forza pubblica (6 al giorno)
    (dati forniti dal Min. dell’Interno relativi al 2018 e ancora incompleti)
  • oltre 13.500 famiglie nella graduatoria per l’accesso ad una casa popolare
  • oltre 1.000 nuclei familiari ospitati nei residence
  • oltre 3.500 famiglie risultano occupanti di immobili pubblici e privati ad uso non abitativo

Il costo medio dei residence a Roma è di circa 30 milioni di euro l’anno.

A Roma il pubblico detiene il 46,8% dell’intero mercato degli affitti di cui le case popolari sono il 68,6%: 45.000 dell’ATER (44,2%) e 28.000 del Comune di Roma (24,4%).

Ogni anno il Comune di Roma Capitale assegna mediamente 350 alloggi.

Se la legge è anche quel mezzo con cui si garantiscono ai più deboli quel minimo di dignità e di diritti per rendere la vita più vivibile, constatiamo che la stessa legge ha drammaticamente dimostrato in 25 anni di non essere adeguata a dare risposte a bisogni espressi da una popolazione fotografata all’epoca.

Come è stato possibile.

Ripercorriamo alcuni passaggi:

  • nel 2012 l’amministrazione capitolina ha introdotto il nuovo bando per le assegnazioni delle case popolari con il presupposto di agevolare la fuoriuscita dai residence (per necessità di bilancio del Comune). La graduatoria precedente che favoriva gli sfrattati fu cancellata, mantenendo la priorità solo per un migliaio di posizioni (su oltre 10.000): quelli che avevano già subito l’esecuzione dello sfratto. Tutti gli altri in graduatoria (anche da un decennio) si sono visti cancellati o relegati nelle posizioni più basse.
  • Annualmente, oltre all’emergenza così consolidata, in una drammatica condizione di bisogno abitativo si sono riversati dai 3.000 ai 4.000 nuclei familiari che hanno subito (e che continuano a subire oggi) uno sfratto.
  • La chiusura dei centri di assistenza temporanea, i famosi residence (necessaria per porre un freno allo spaventoso spreco di denaro – oltre 30 milioni di euro l’anno – per l’affitto di circa 1200 unità immobiliari di proprietà privata, che hanno prodotto soltanto disagio sociale, delinquenza e insicurezza), aggiungono al fabbisogno almeno altre 1.200 unità immobiliari.

Il rapporto tra chi perde la casa e la capacità di ricollocazione da parte del Comune di Roma è di 10:1.

Ogni anno (negli ultimi anni) un numero di alloggi pubblici valutabile intorno alle 1.000 unità è stato occupato abusivamente sottraendo ai cittadini collocati nelle graduatorie la risposta al loro disagio abitativo.

Quello che si evidenzia è l’inerzia politica ed amministrativa complessiva nei confronti di questi casi e il ricorso sistematico a ben sette sanatorie (legge 33/87, legge 30/90 con riapertura dei termini nel 1993, legge 18/2000 con riapertura dei termini nel 2003, legge 27/2006, con riapertura dei termini nel 2007) che, come tutti i provvedimenti di questo tipo, non fanno altro che certificare l’impunità di comportamenti illeciti, spesso gestiti da organizzazioni criminali creando le condizioni per il riprodursi del fenomeno.
Negli ultimi 33 anni, oltre il 70% delle assegnazioni di una casa popolare è avvenuto grazie ad una sanatoria.

Non si tratta naturalmente di criminalizzare chi, tra questi occupanti, esprime un forte e reale disagio ma di riaffermare la certezza del diritto, la trasparenza delle assegnazioni ed il controllo pubblico sul patrimonio. Un numero così rilevante di alloggi non può essere sottratto ad una gestione efficace, programmata e corretta del disagio abitativo.
Naturalmente un contrasto efficace passa innanzitutto per la rapidità nella predisposizione delle graduatorie e nelle assegnazioni oltre all’immediato ripristino, attraverso un apposito fondo adeguatamente finanziato, degli alloggi che si liberano.

Quali risposte immaginare.

Occorre una inversione di tendenza, che abbandoni la logica degli interventi di corto respiro o propagandistici in favore di obiettivi di prospettiva, in grado di rispondere ad una serie di problematiche ed esigenze di varia natura, emerse peraltro in maniera abbastanza chiara e condivisibile nelle conclusioni della Commissione parlamentare per le periferie.

La prima questione è sicuramente quella del finanziamento dell’ERP.

In un paese in cui i redditi sono sempre meno compatibili con i canoni di locazione, si devono trovare le risorse per finanziare in maniera certa, adeguata e continuativa l’edilizia pubblica (come si finanziano scuole ed ospedali ed ogni bisogno primario), di fronte all’evidenza che il disagio abitativo non può essere affrontato, come si vuole far credere, con l’attuale modello di social housing.
La contrazione dei redditi ha aumentato la domanda dei bisogni primari (la casa è fondamentale nella vita di un individuo o di un nucleo famigliare), e questa non può essere soddisfatta da quel tipo di offerta. Il social housing non può che essere complementare ad una offerta pubblica ben più significativa in termini quantitativi.

La seconda questione è data dalla necessità di riqualificazione e razionalizzazione del patrimonio pubblico, in buona parte in condizioni di pesante degrado a cui si accompagna troppo spesso, l’assenza di legalità e sicurezza, che è necessario ripristinare con la necessaria determinazione per garantire a tutti condizioni di vita civili e dignitose.

In queste realtà si deve fare un passo in avanti, ristabilendo le condizioni del vivere civile indispensabili anche per far progredire i tentativi di inclusione di culture e comportamenti diversi. L’inclusione non può essere solo invocata ma deve essere costruita attraverso progetti e laboratori diffusi di mediazione sociale e culturale tra gli abitanti e con gli abitanti.
Le periferie ed i quartieri ERP debbono tornare ad essere priorità politiche delle amministrazioni perché oggi sono i luoghi delle contraddizioni che segnano il destino delle città (e, ovviamente, dei residenti).

O si disegna la città partendo dalle periferie oppure si continuerà a produrre esclusione sociale ed emarginazione.

Per raggiungere questi indispensabili obbiettivi riteniamo necessario riformare la legge regionale 12 del 1999. È necessario confermare la centralità del rapporto canone – reddito, ribaltando il principio che si va affermando in altre regioni del canone come variabile dipendente delle esigenze di bilancio. Questo, naturalmente, non significa che ci è indifferente la tenuta economica degli enti gestori o che non esista un problema relativo al livello dei canoni. Significa semplicemente che gli affitti non possono essere definiti in astratto senza considerare la sostenibilità complessiva del costo dell’abitare. Si dovrà mettere in condizione l’Ater di perseguire il pareggio di bilancio con una gestione efficiente di una quota di patrimonio che non sia di edilizia residenziale pubblica (a cominciare dai patrimoni pubblici disponibili degli enti locali). Ridefinire il concetto di “ERP” sulla necessità dell’utenza piuttosto che sulla disponibilità di immobili, cosa che consentirebbe una gestione più fluida del patrimonio e rispondente ai bisogni dell’utenza.

Per iniziare il percorso che porti alla necessaria riforma delle leggi che governano l’abitare nel Lazio si ritiene necessario creare il corretto clima di confronto con tutti i soggetti interessati, oltre che nel rispetto dei diritti e dei bisogni dei cittadini.

Per questo proponiamo

al Consiglio Regionale di attuare una moratoria di sfratti e sgomberi dal patrimonio ERP per il tempo necessario a varare le necessarie riforme e testarle.
Solo a fronte di un nuovo governo del sistema dell’abitare a Roma e nel Lazio, che dia effettivamente risposte a chiunque abbia il problema “casa”, si potrà affrontare con la necessaria lucidità il tema della sanatoria, con la certezza che sia effettivamente l’ultima.

p. il Sunia Emiliano Guarneri
p. il Sicet Paolo Rigucci
p. l’Uniat APS Patrizia Behmann