Ripristino riscaldamento centralizzato

 

CORTE DI CASSAZIONE
Sez. II civ., sent. 22.1.2016, n. 1209

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
1. D.G.A., proprietaria di due unità immobiliari nel fabbricato sito in (omissis), conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di Foggia, sezione distaccata di Cerignola, il condominio dell’edificio suddetto, esponendo che l’impianto di riscaldamento centralizzato era stato disattivato con delibera assembleare del 25 luglio 1991, dichiarata nulla dal Tribunale di Foggia con sentenza confermata in sede di gravame e passata in cosa giudicata.
Ciò posto, la D.G. chiedeva ordinarsi al Condominio convenuto l’immediato ripristino dell’impianto centralizzato di riscaldamento.
Il Condominio si costituiva, eccependo l’intento esclusivamente emulativo dell’azione ex adversointrapresa, atteso che nelle more tutti i condòmini, compresa la D.G., si erano dotati di impianto autonomo di riscaldamento. Pertanto, chiedeva il rigetto della domanda attrice.
Con sentenza n. 5 del 9-1-2006 il Tribunale, qualificando di natura possessoria la domanda, l’accoglieva, ordinando al convenuto di reintegrare immediatamente la D.G. nel possesso dell’impianto di riscaldamento centralizzato, mediante il ripristino.
Con sentenza dep. il 30 dicembre 2010 la Corte di Appello di Bari, in riforma della sentenza impugnata dal convenuto, rigettava la domanda proposta dall’attrice.
Dopo avere premesso la natura petitoria e non possessoria dell’azione di ripristino dell’impianto disattivato a seguito di delibera condominiale dichiarata nulla, i Giudici ritenevano la natura emulativa della richiesta avanzata dall’attrice.
La sentenza, al riguardo, affermava che: non avendo l’attrice chiesto o comunque ottenuto la sospensione della delibera condominiale impugnata, i numerosi condòmini dell’edificio, costituito da due corpi di fabbrica, si erano dotati di impianti autonomi di riscaldamento, ad eccezione della D.G.; l’impianto di riscaldamento centralizzato non avrebbe potuto essere ripristinato senza importanti ed onerose opere di trasformazione e adeguamento, posto che la centrale termica non rispettava i requisiti fondamentali ai fini della sicurezza, anche in considerazione della abusiva coesistenza tra impianto termico centralizzato e quello idrico. In proposito, i Giudici evidenziavano che, secondo quanto accertato dal consulente, non sarebbe stato possibile riattivare l’attuale impianto alimentato a gasolio con uno nuovo, in quanto mancavano le condizioni di sicurezza per garantire l’incolumità degli stessi inquilini e dei fabbricati limitrofi.
In sostanza, la necessità di rilevanti e radicali opere di trasformazione, fra cui in primo luogo la separazione dell’impianto per la produzione dell’acqua calda, avrebbe comportato la spesa di somme oscillanti fra i 173.500 e 251.500 euro, esclusi i costi per la messa a norma della centrale termica, oltre agli altri disagi e spese per la installazione degli impianti per la produzione di acqua calda in ogni singolo appartamento e la spesa di un combustibile, il gasolio, più oneroso del metano.
Secondo i Giudici la pretesa azionata configurava l’abuso del diritto, potendo la condomina trovare legittimo ristoro nella tutela risarcitoria; richiamata la evoluzione normativa diretta a incentivare la trasformazione degli impianti di riscaldamento centralizzati in quelli autonomi, si affermava che vi sarebbe stata sproporzione fra l’utile conseguibile dall’attrice con il ripristino e quello imposto alla quasi totalità dei condòmini, posto che la medesima avrebbe potuto dotarsi di impianto autonomo unifamiliare con adeguato ristoro per le spese al riguardo occorrenti, mentre sarebbe stato particolarmente oneroso per gli altri condòmini ripristinare un impianto obsoleto e non il linea con le politiche di risparmio energetico e con le condizioni di sicurezza.
2. Avverso tale decisione propone ricorso per cassazione la D. G. sulla base di tre motivi illustrati da memoria.
Resiste con controricorso l’intimato.

MOTIVI DELLA DECISIONE
1. Il primo motivo, lamentando violazione e falsa applicazione degli artt. 1175 e 1375 c.c., censura la sentenza per avere applicato la categoria dell’abuso del diritto a una fattispecie diversa da quelle -in materia contrattuale, alle quali fa riferimento la giurisprudenza della S. C. richiamata dai Giudici. Deduce che in ogni caso, fra i presupposti dell’abuso del diritto, vi è la possibilità che il concreto esercizio di quel diritto possa essere effettuato secondo una pluralità di modalità non rigidamente predeterminate, che vanno sempre ricondotte alla tutela della posizione sostanziale corrispondente al diritto in oggetto. Nella specie, a seguito dell’annullamento della delibera condominiale – che aveva immediatamente disposto l’attuazione della trasformazione dell’impianto centralizzato mentre all’ordine del giorno si era fatto riferimento all’avvio del percorso diretto alla trasformazione in impianti autonomi unifamiliari – l’unica modalità per eliminare le conseguenze illegittime della dichiarata illegittimità della innovazione era rappresentata dal ripristino.
2. Il secondo motivo, lamentando omessa o insufficiente motivazione, denuncia la lacunosa considerazione delle risultanze tecniche laddove non erano state esaminate o erano state travisate le circostanze e le valutazioni di cui alla consulenza tecnica, la quale aveva evidenziato la fattibilità e la convenienza economica del ripristino dell’impianto centralizzato nonché la illegittimità degli impianti unifamiliari realizzati dai condòmini in violazione delle prescrizioni di legge.
3. Il terzo motivo, lamentando violazione e falsa applicazione delle disposizioni di cui alla L. n. 10 del 1991, denuncia la illegittimità degli impianti riscaldamento autonomo unifamiliari realizzati dai condòmini con rischio per la salute ed illegittimità amministrativamente sanzionata: il Giudice aveva comparato un presunto esercizio abusivo con l’esigenza, ritenuta prevalente, di tutelare una posizione nient’affatto meritevole di tutela.
4. Il quarto motivo censura la sentenza laddove, dando rilevanza alla mancata sospensione della esecutività della delibera, che peraltro era stata chiesta e non concessa, non aveva verificato se fosse ispirata a buona fede e correttezza la condotta tenuta da controparte che avrebbe potuto sanare la delibera illegittima riconvocando la assemblea su un ordine del giorno correttamente formulato per l’adozione degli accorgimenti tecnici necessari per attuare il passaggio a un sistema di impianti di riscaldamento unifamiliari.
5. I motivi, da trattare congiuntamente per la stretta connessione, vanno accolti nei limiti di cui dirà infra.
Occorre premettere che, vertendosi in tema di proprietà ovvero di comproprietà di un bene condominiale, la (denunciata) antigiuridicità della condotta posta in essere dall’attrice andava verificata con riferimento alla previsione di cui all’art. 833 c.c., secondo cui il proprietario non può fare atti i quali non abbiano altro scopo che quello di nuocere o recare molestia ad altri. La norma ha la finalità di assicurare che l’esercizio del diritto di proprietà risponda alla funzione riconosciuta al titolare dall’ordinamento, impedendo che i poteri e le facoltà dal medesimo esercitate si traducano in atti privi di alcun interesse per il proprietario ma che, per le modalità con cui sono posti in essere, abbiano l’effetto di recare pregiudizio ad altri: in sostanza, l’atto deve essere obiettivamente privo di alcuna utilità per il proprietario ma di per sé idoneo ad arrecare danno a terzi, dovendo poi il requisito del c.d. animus nocendi essere accertato alla stregua della condotta, quale si è esteriorizzata in concreto, e da cui possa trarsi inequivocabilmente la prova dell’assenza di interesse per il proprietario di compiere un atto pregiudizievole ai terzi. Pertanto, non può ritenersi emulativo l’atto che comunque risponda a un interesse del proprietario, dovendo escludersi che il giudice possa compiere una valutazione comparativa discrezionale fra gli interessi in gioco ovvero formulare un giudizio di meritevolezza e di prevalenza fra l’interesse del proprietario e quello di terzi.
Orbene, nella specie il diritto al ripristino dell’impianto di riscaldamento rispondeva all’utilità della condomina di potere usufruire di un servizio comune che era stato illegittimamente disattivato dall’assemblea dei condòmini che, proprio in attuazione di tale illegittima delibera, si erano poi dotati di impianto autonomo. La sentenza, nel ritenere nella specie l’abuso del diritto da parte dell’attrice, ha erroneamente fatto riferimento, da un lato, alla natura e all’entità delle opere di radicale trasformazione che si sarebbero necessarie per il ripristino dell’impianto (quando ormai tutti gli altri condòmini si erano dotati di impianto unifamiliare) – ovvero alla onerosità del ripristino – e, dall’altro, alla circostanza che l’attrice avrebbe potuto dotarsi di un impianto unifamiliare (e chiedere il risarcimento del danno determinato dai costi e dai disagi): in tal modo, ha ravvisato l’abuso del diritto formulando un inammissibile giudizio di proporzionalità fra l’utilità conseguibile dalla condomina e l’onerosità che ne sarebbe derivata ai condòmini.
Il ricorso va accolto. La sentenza va cassata con rinvio, anche per le spese della presente fase, ad altra sezione della Corte di appello di Bari.
Ai sensi dell’art. 384 c.p.c., va formulato il seguente principio di diritto: “Tenuto conto che, ai sensi dell’art. 833 c.c., integra atto emulativo esclusivamente quello che sia obiettivamente privo di alcuna utilità per il proprietario ma dannoso per altri, è legittima e non configura abuso del diritto la pretesa del condomino al rispristino dell’impianto di riscaldamento centralizzato soppresso dall’assemblea dei condòmini con delibera dichiarata illegittima, essendo irrilevanti sia la onerosità per gli altri condòmini – nel frattempo dotatisi di impianti autonomi unifamiliari – delle opere necessarie a tale ripristino sia l’eventuale possibilità per il condomino di ottenere eventualmente, a titolo di risarcimento del danno, il ristoro del costo necessario alla realizzazione di un impianto di riscaldamento autonomo”.

P.Q.M.
accoglie il ricorso per quanto in motivazione cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese della presente fase, ad altra sezione della Corte di appello di Bari.

 

 


 

Unione di due appartamenti e condominio

CORTE DI CASSAZIONE
Sez. II civ., sent. 14.5.2014, n. 10606

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con atto di citazione ritualmente notificato G.N. conveniva in giudizio, innanzi al Tribunale di Bologna, G.G. esponendo: di essere proprietaria di una porzione immobiliare di un edificio sito in Bologna, via …; il comproprietario convenuto aveva aperto una porta sul muro condominiale al fine di mettere in comunicazione i propri locali con altri di sua proprietà, ubicati nell’immobile adiacente ed aveva eretto abusivamente una canna fumaria. Chiedeva, pertanto, la condanna del convenuto alla rimozione delle opere ed al ripristino della situazione preesistente nonché al risarcimento dei danni. Costituitosi in giudizio il G.G. assumeva che le opere in questione rientravano nel diritto del condomino all’uso della cosa comune, ex art. 1102 c.c. e chiedeva il rigetto della domanda.
Con sentenza 6.4.2003 il Tribunale adito ordinava la chiusura della porta di comunicazione tra i due stabili, rilevando che l’apertura costituiva un uso abnorme del muro condominiale.
Avverso la decisione proponevano appello S.R., L.A. e R.P., succeduti a titolo particolare, a seguito di atto di compravendita 11.3.2003, nella proprietà dell’immobile del convenuto.
Resistevano in giudizio B.M. e B.M., eredi di G.N., deceduta nelle more del giudizio, chiedendo, in via incidentale, la condanna degli appellanti al pagamento delle spese al giudizio di primo grado. Con sentenza depositata il 10.7.2008 la Corte di Appello di Bologna respingeva l’appello principale e quello incidentale condannando gli appellanti principali al pagamento delle spese del grado.
Osservava la Corte di merito che il motivo di gravame principale, fondato sull’asserita appartenenza dei locali posti in comunicazione alla medesima unità immobiliare, introduceva una “nuova difesa”, come tale inammissibile ex art. 345 c.p.c.; aggiungeva che la circostanza relativa alla comunione del muro maestro di divisione delle due unità immobiliari comportava solo la costruzione in aderenza dei due immobili e non costituiva titolo di comunione tra i due stabili, come pure desumibile dalla consulenza di parte appellante, per geom. G., prodotta dalla stessa parte in appello.
Per la cassazione di tale sentenza propongono ricorso
S.R., L.A. e R.P., formulando due motivi, illustrati da memoria. Resistono con controricorso, depositato in cancelleria il 21.10.2010, B.M. e B.M..

MOTIVI DELLA DECISIONE
I ricorrenti deducono:
1) carenza di motivazione in ordine alla mancata disposizione della C.T.U., richiesta dai ricorrenti per accertare il fatto controverso costituito dalla comunione del muro maestro che divideva le due porzioni immobiliari contigue su cui insisteva l’apertura in questione;
2) violazione e falsa applicazione dell’art. 1117 c.c., posto che i due edifici confinanti costituivano un condominio ed erano sottoposti alla disciplina di detta norma.
Al riguardo viene formulato il seguente quesito di diritto: “se sia legittima l’apertura di un varco di passaggio nel muro portante comune fra i due edifici contigui che, ricostruiti assieme, tenendo quel muro di sostegno in comune, siano da ritenere attualmente formanti un condominio”.
Il ricorso è infondato.
Il ricorrente ripropone questioni già disattese dalla Corte territoriale con motivazione immune da vizi logici e giuridici e fondate su accertamenti in fatto riservati al giudice di merito. In particolare, la sentenza impugnata ha dato atto che, in base alla stessa C.T. di parte appellante, i locali messi in comunicazione appartenevano ad entità condominiali distinte e che la comunione del muro derivava dall’applicazione delle norme sulla costruzione in aderenza ex art. 874 c.c., e, come ritenuto dal giudice di primo grado, le aperture praticate dal condomino nel muro comune, per mettere in collegamento locali di sua proprietà poste nell’edifico condominiale, con altro immobile estraneo al condominio, costituivano un uso indebito della cosa comune, alterando la destinazione del muro ed incidendo sulla sua funzione di recinzione, potendo, inoltre, dar luogo ad una servitù di passaggio a carico della proprietà condominiale.
Tale motivazione è del tutto corretta ed in linea con la giurisprudenza di questa Corte (Cass. n. 9036/2006; n. 2175/82). Va aggiunto che il mancato espletamento di C.T.U. risulta giustificata dalla ritenuta superfluità della stessa a fronte degli elementi di fatto già accertati.
Il ricorso va, pertanto, rigettato, risolvendosi entrambe le censure in un diverso apprezzamento di questioni riservate al giudice di merito cui spetta valutare le prove, scegliere tra le risultanze istruttorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione, dare prevalenza all’uno all’altro mezzo di prova, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge in cui alla prova è assegnato un valore legale (Cass. n. 7394/2010; n. 6064/2008).
Al rigetto del ricorso consegue la condanna dei ricorrenti, in applicazione del principio della soccombenza, al pagamento delle spese processuali liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali che si liquidano in euro 2.200 di cui euro 200 per esborsi oltre accessori di legge.