I risultati delle elezioni amministrative di domenica in Francia sono l’ennesimo segnale che l’euro-zona è sulla rotta del Titanic e che l’iceberg non sono i mercati finanziari, ma i mercati rionali afflitti da sofferenza economica e sociale. La campana suona anche per noi in vista del Documento di Economia e Finanza (Def) per il 2014-16 e del Programma Nazionale di Riforme (Pnr). È un passaggio decisivo perché dai numerini lì scritti si evidenzia l’effettiva riconquista di autonomia culturale e dipende in misura significativa l’intensità della ripresa, ossia il fatturato delle imprese, l’occupazione, l’andamento della finanza pubblica e, non ultimo, lo svuotamento dei populismi.

Affinché sia “la svolta buona”, l’intervento sull’Irpef va fatto senza “copertura”. Il Def presenti obiettivi di deficit innalzati, rispetto all’andamento tendenziale, di 10 miliardi all’anno, almeno per un triennio, così da dare efficacia all’intervento sull’Irpef. Così da migliorare il Pil potenziale, il saldo strutturale oltre che nominale e l’andamento del debito pubblico nel medio periodo. “Coprire” il taglio di tasse con un altrettanto ampio taglio di spesa determinerebbe un effetto recessivo sul Pil e provocherebbe effetti negativi sull’occupazione e sul debito pubblico. È un fatto documentatissimo: il moltiplicatore della spesa è molto più elevato del moltiplicatore delle tasse (il Fondo Monetario Internazionale ha avuto il coraggio di fare autocritica). È un fatto prevedibile e previsto. Purtroppo, ancora negato dagli ostinati difensori di un neo-liberismo oramai diventato “teo-liberismo”.

Sia nella conferenza stampa, sia nella discussione in Parlamento in vista del vertice di Bruxelles del 20 e 21 Marzo, il governo ha dato chiare indicazioni di discontinuità sulla politica di bilancio, fino a definire “anacronistico” il vincolo del 3% per il rapporto tra deficit e Pil. Finalmente. Finalmente, chi ha la massima responsabilità di governo prende atto che non funziona la linea mercantilista praticata nell’euro-zona. Austerità e svalutazione del lavoro, alla ricerca di competitività di costo per l’export, determinano ulteriore contrazione della domanda interna, sofferenza economica e sociale e impennata del debito pubblico. Non solo in Italia, ma ovunque.

La ragione del circolo vizioso sempre più soffocante non è la carenza di riforme strutturali, come si continua a leggere nei documenti della Commissione, segnata da ideologia cieca e ubbidienza agli interessi nazionali, declinati in modo miope, della Germania e di poteri finanziari senza patria. La ragione è la carenza di domanda aggregata: le imprese non investono perché non vedono consumatori, non perché non possono licenziare persone oramai ovunque senza protezione efficace. Il Pil medio nell’euro-zona è 3 punti al di sotto del 2007. Sette milioni di disoccupati in più. Debito medio salito dal 65 al 95 %. Prospettive di ripresa anemica, elevata disoccupazione, deflazione e insostenibile debito pubblico. Di quali dati abbiamo ancora bisogno per ammettere che non possiamo crescere tutti attraverso le esportazioni? Il modello tedesco non è generalizzabile e, senza credito facile ai Piigs, incomincia a ingolfarsi anche in Germania. Non può funzionare per un’area economica così grande e così ricca in termini di reddito medio pro-capite. Chi può importare l’enorme flusso di beni e servizi necessari a una ripresa dell’euro-zona sufficiente a scalfire la disoccupazione? Le economie emergenti anche esse tenacemente concentrate sull’export? Oppure gli Stati Uniti, per due decenni consumatore di ultima istanza, ma ora bloccati da un enorme debito estero e con un dollaro arrivato a 1,40 sull’euro? Le mitiche riforme strutturali sono drammaticamente più difficili nella disperazione e stagnazione. E comunque hanno effetti negativi almeno nella fase iniziale.

In tale contesto, è deprimente sul piano intellettuale e depressivo sul piano economico l’ennesimo intervento sulle regole del marcato del lavoro alla ricerca dell’occupazione perduta. È un’operazione di ulteriore svalutazione del lavoro, data l’impossibilità di svalutare la propria moneta, secondo la logica mercantilista. Aumenta la precarietà, quindi riduce ulteriormente la capacità negoziale e le retribuzione dei lavoratori e lavoratrici, quindi la domanda e l’attività produttiva. E, inevitabilmente, riduce l’occupazione. Va cambiato in Parlamento sia sulla portata dei contratti a tempo determinato senza causalità, sia sul contratto di apprendistato mutilato di formazione e una minima quota di stabilizzazioni.

Va percorsa la strada opposta: innalzare la domanda aggregata. È l’obiettivo della riduzione dell’Irpef per i lavoratori e lavoratrici a reddito medio-basso. Il governo ha fatto bene. Meglio avrebbe fatto a eliminare i contributi sociali a carico di tutti i lavoratori e lavoratrici. Così, avrebbe aiutato anche “gli/le incapienti”, i/le quali sono in condizioni ancora più difficili e hanno una propensione al consumo più elevata di chi, a 1.500 euro mensili, può beneficiare dell’innalzamento delle detrazione per reddito da lavoro dipendente e assimilato. E così avrebbe beneficiato anche la marea di giovani a partita Iva, i lavoratori autonomi, i professionisti.