RAPPORTO SULLA CONDIZIONE ABITATIVA DEGLI IMMIGRATI IN ITALIA
 

L'emergenza abitativa

Per le fasce deboli della popolazione il problema della casa in Italia è divenuto ancora più drammatico dopo la liberalizzazione degli affitti favorita dalla legge 431/98.

Lievitano senza freni i canoni, invece di affiorare in superficie il "sommerso" sprofonda negli "abissi"(quasi il 70% dei contratti in vigore è completamente o parzialmente in "nero"), l'offerta di case in affitto regolare si contrae (secondo il SUNIA nel 1999 i contratti registrati sarebbero diminuiti del 5% rispetto all'anno precedente, con utilizzazione del canone "concordato", o "calmierato", ben al di sotto del 30%) e di edilizia residenziale pubblica non si parla quasi più, che anzi grande impegno viene profuso nella svendita del patrimonio immobiliare degli enti. Mentre la politica del sussidio non riesce a limitare l'esclusione costringendo gli ultimi inquilini rimasti ad esibire la "tessera di povero".

I dati del centro studi NOMISMA confermano per il 2000 una forte lievitazione degli affitti rispetto al 1999, nella misura tra il 10 e il 20%. Tanto che un appartamento di 100 mq nel centro storico di Roma è arrivato a 3.300.000 mensili(+ 13,7%) mentre la stessa metratura in estrema periferia costa 1.300.000 mensili(+ 11%).

Con tale emergenza caratterizzata da scarsità di abitazioni in affitto economico, da poca edilizia sociale(appena il 5% del totale patrimonio abitativo) e poco razionalmente organizzata e da insufficienti interventi alternativi mirati alle fasce deboli, deve misurarsi il flusso degli immigrati che investe l'Italia in maniera sempre più massiccia (secondo le ultime stime ne sarebbero presenti circa 1.490.000 pari al 2,5% della popolazione) e che è caratterizzato da una varietà di etnie non riscontrabile in altri paesi europei, dal momento che è l'unico caso al mondo in cui le prime cinque comunità straniere immigrate (Marocco, Albania, Filippine, ex Jugoslavia, Romania) totalizzano appena il 30% della presenza totale.

In fatto di immigrazione soprattutto a livello europeo ci si sta rendendo conto della potenziale insensatezza della politica di chiusura finora seguita (ideologia dell'invasione) che ha privilegiato l'adozione di provvedimenti di contenimento anziché la programmazione ed il coordinamento di interventi destinati all'assistenza ed alla integrazione.

La svolta di Marsiglia

Nell'attuale contesto mondiale, è del resto giocoforza abituarsi all'idea dell'ineluttabilità delle migrazioni delle popolazioni dei paesi poveri (quasi 5 miliardi di persone) verso i paesi ricchi (con soli 850 milioni di abitanti): il fenomeno è determinato in larga misura dall'erosione delle popolazioni delle campagne e dal formarsi di quelle enormi trappole mortali costituite dagli agglomerati urbani dai quali, per sopravvivere, si può soltanto scappare. Pur non essendo un'alternativa allo sviluppo, le migrazioni costituiscono una valvola di sfogo che non si può sopprimere ma solo cercare di regolamentare.

Ed ecco che a Marsiglia nel luglio 2000 si è avuta una svolta: su iniziativa francese, i ministri degli Interni e della Giustizia Europei hanno infatti varato una serie di provvedimenti per favorire, anziché arginare, l'immigrazione regolare e rimuovere gli ostacoli ad una piena integrazione degli immigrati. Alla svolta ha contribuito certamente la ripresa economica (gli imprenditori dei vari paesi tra cui l'Italia chiedono mano d'opera flessibile e a poco prezzo per far fronte alle nuove commesse). Certo, vi è sempre l'allarme "criminalità", ma il discorso verso l'immigrazione si va facendo più variegato e più razionale: il 13 luglio, in un'intervista al Corriere il ministro dell'Industria E. Letta afferma che "l'immigrazione può essere una vera ricchezza per il paese e che il Governo sta valutando l'opportunità di aumentare le quote d'ingresso dei lavoratori extracomunitari in Italia". Ma al di là degli aspetti produttivi si guarda da più parti all'immigrazione anche come a un antidoto per frenare il pericoloso invecchiamento della nostra popolazione.

Specie alla luce della nuova ideologia dell' "accoglienza"(anche Blair ha annunciato l'apertura delle frontiere a 100.000 lavoratori immigrati annui) che fa prevedere per il futuro l'allargamento dei flussi di immigrazione regolare, con conseguente incremento del popolo degli immigrati (si calcola che nel 2010 il numero degli stranieri presenti in Italia potrebbe raggiungere i tre milioni pari al 5% della popolazione) non sembra più rinviabile il problema di assicurare, senza tralasciare misure specifiche di intervento, un alloggio dignitoso e civile a chi produce e contribuisce all'arricchimento anche culturale del nostro paese.

Dal "Primo Rapporto della Commissione per le politiche di integrazione degli immigrati" risulta che circa il 60% degli stranieri in Italia sarebbe già riuscito a trovare un alloggio(1) inserendosi nei normali canali dell'affitto e anche, per una piccola quota, dell'acquisto. Il che, oltre ad avere del "miracoloso", indica, secondo la Commissione, la capacità da parte di molti immigrati di risolvere il problema con le proprie risorse, ma può anche significare la carenza delle politiche abitative in quanto gli immigrati sarebbero lasciati a se stessi di fronte alle difficoltà che incontrano sul mercato. Occorre peraltro aggiungere come coloro che hanno trovato una soluzione abitativa relativamente stabile possano presumibilmente identificarsi con la fascia di immigrati stabilmente residente in Italia da almeno cinque anni (circa 500.000 nel 1998). E' del resto evidente che non tutti gli immigrati sono "poveri". Alcuni sono commercianti, altri calciatori di grido, per i quali il problema abitativo è del tutto marginale.

(1) secondo la maggior parte delle associazioni di immigrati interpellate sul punto, circa il 30% sarebbe riuscito a trovare un normale alloggio, un altro 30% abiterebbe in condizioni di precarietà e sovraffollamento, il restante 40% sarebbe praticamente "disperso" in mille rivoli senza fissa dimora.

La fascia degli esclusi

Pur prendendo atto del dato "tranquillizzante" fornito dalla Commissione per le politiche di integrazione, andrebbe pur sempre verificato in quale misura le soluzioni abitative già adottate presentino fenomeni di degrado e di sovraffollamento come denunciato dalle associazioni. E' comunque certo che gli esclusi dal mercato sono tanti: per più di 600.000 immigrati (tenendo conto anche degli irregolari e dei nuovi flussi annuali) e soprattutto per quelli che vivono nei grossi agglomerati urbani di Milano, Roma, Torino, Napoli, la situazione abitativa risulta disperata, e tale da poter avere a breve termine gravi ripercussioni sull'ordine pubblico.

Sistemazioni abitative precarie con gradi di disagio improbabili per abitanti italiani, riguardano facilmente anche immigrati che hanno lavoro e reddito. Secondo la Cooperativa DAR di Genova, che opera proprio per assicurare il diritto alla casa, "anche gli immigrati in grado di pagare un ragionevole corrispettivo, non trovano sul mercato offerte se non a prezzi assolutamente proibitivi e troppo spesso in condizioni indegne." Si arriva al punto che gli immigrati neo-assunti nelle fabbriche del Nord, sempre più avide di mano d'opera a buon mercato, pur di conservare il posto di lavoro senza allontanarsi troppo dall'area industriale, con il primo salario pagano la prima rata di un'auto usata per dormirci la notte. Mentre nella capitale del Giubileo tutti sanno che i lavoratori extracomunitari, almeno come provvisoria sistemazione, non disdegnano di dormire sotto i ponti del Tevere (Garibaldi, Cavour, Sisto, Industria, Testaccio, Duca d'Aosta) che funzionano anche come punti di aggregazione specifici per le varie etnie. Sempre a Roma è cronaca di ieri l'accampamento di un centinaio di fuorusciti curdi (uomini, donne e bambini) sul Colle Oppio, in un enorme tappeto di moquette a due passi dalla Domus Aurea. Ancora nella capitale il 13 settembre di quest'anno, un blitz della Polizia nel quadro della serie di perquisizioni di tipo etnico disposte non si sa in base a quale "mandato" nel quartiere Esquilino, viene scoperto un appartamento affittato da proprietario italiano per svariati milioni a trenta cinesi accatastati in due stanze.

Nel Nord Italia, dove è meno problematica la ricerca di un lavoro, è invece veramente difficile trovare casa. E ciò in passato ha dato luogo a vistose forme di protesta. Ad esempio, il 12 novembre 1998 un centinaio di extracomunitari occupano la basilica di S. Petronio di Bologna per rivendicare il loro diritto alla casa.

Nonostante le proteste e le denuncie, nessun serio provvedimento viene adottato in favore degli immigrati senza casa e la situazione permane grave in tutto il Nord : il 15 settembre 2000 a Verona un incendio notturno si sviluppa in uno scantinato di un edificio pericolante dove dormono una ventina di extracomunitari, un giovane polacco muore.

Ed anche nella prosperosa Parma il disagio abitativo degli immigrati ha ricreato le baraccopoli (il Sud del Nord): " tra eleganti palazzi e parchi, non si vedono, annidate sotto i piloni delle tangenziali, miniaturizzate nei caselli abbandonati della ferrovia e nelle case coloniche pericolanti delle campagne. Di giorno gli abitanti si dileguano, ognuno a compiere il proprio lavoro vendendo fiori o accendini. Sopra le campate di cemento rumore di camion e automobili in corsa, tonfi sordi che animano ossessivamente il silenzio…

Vicino al torrente Baganza, dove un casotto nasconde i resti di due letti a castello, nell'inverno del 1998 un algerino di 35 anni morì assiderato, aveva un regolare permesso di soggiorno, ma non trovava un'abitazione."(da "Il Manifesto" 22/7/2000/Laura Caffagnini).

E secondo gli industriali del Nord-Est lo slancio del nuovo "miracolo economico" rischia di essere rallentato proprio dalla totale carenza di case per le migliaia di extracomunitari da assumere.

Oltre che con le difficoltà comuni agli altri cittadini italiani che cercano una casa in affitto, gli immigrati si trovano a dover fare i conti con alcune particolari "discriminazioni":

1) i proprietari di case non affittano a stranieri (specie se di colore o albanesi) senza adeguate garanzie,

2) se affittano a stranieri pretendono un costo aggiuntivo e in molti casi, per i regolari, anche la stipula di una fideiussione bancaria;

3) se affittano a stranieri, specie nelle grandi città, l'affitto è in genere transitorio e si paga a persona anziché a mq.;

4) anche le agenzie immobiliari approfittano della situazione chiedendo spesso somme rilevanti (fino a 250.000 lire) a titolo di mediazione per la ricerca di un appartamento che mai si materializzerà e negando il risarcimento, anche parziale, della somma ricevuta.

La discriminazione, la differenza passa dunque anche per le case, che possono assumere un colore diverso a seconda dei loro inquilini.

Ed agli extracomunitari di colore la maggior parte dei proprietari preferisce non dare la propria casa e tenerla sfitta.

Un regime speciale

L'emergenza-casa per gli immigrati diventa più acuta nelle grandi città. E nelle grandi città l'Osservatorio dell'Ares 2000 ha potuto stimare con una certa approssimazione i prezzi medi delle case offerte agli stranieri.

L'analisi ha tenuto conto dei livelli medi dei canoni "concordati" stabiliti per ogni città dalle parti sociali in applicazione della legge 431, dei livelli dei canoni liberi (con le differenziazioni già accertate in precedenti ricerche), dell'indagine Istat sui consumi delle famiglie, delle indicazioni delle associazioni degli immigrati, nonché di alcune agenzie immobiliari.

E' certamente grave, ma non può essere smentito: il passaparola fra proprietari ha creato ormai delle regole non scritte, degli accordi taciti (potremo anche chiamarlo un cartello) che ha delineato un canone "speciale" per immigrati., canone che si colloca oltre il livello del canone libero, provocando automaticamente l'espulsione dei più deboli dal mercato.



Dalla tabella 1 risulta che gli affitti più cari per gli immigrati riguardano Roma, mentre Napoli ha superato nel caro-casa Milano.

In pratica, per fare un esempio, un immigrato residente a Roma che volesse affittare per sé e per la sua famiglia un piccolo appartamento di 60 mq in una zona intermedia, situata tra centro e periferia, dovrà pagare una somma mensile non inferiore a lire 1.020.000; se fosse cittadino italiano ne basterebbero 600.000 (canone concordato).

Un immigrato a Milano dovrà invece pagare lire 780.000 (anziché lire 390.000 in quanto italiano).

Secondo la proiezione in tabella il canone "speciale" medio per gli immigrati si assesta a seconda delle città sul 60-70% in più rispetto al canone medio concordato e sul 25% in più rispetto al canone medio libero, tenendo altresì conto che si tratta nell'80% dei casi di contratti in nero (favoriti dal bisogno urgente di casa da parte degli immigrati e dalla loro ignoranza sulla normativa degli affitti).

A detta di alcuni rappresentanti degli immigrati, in particolare dell'Associazione Dhuumcatu (nata per tutelare i diritti di migliaia di immigrati del Bangladesh e di altri paesi orientali) le cifre Ares (che, si ricorda, si riferiscono a canoni "medi") sarebbero sottostimate in quanto in città come Roma, Firenze o Milano, sarebbe ben difficile trovare, anche in periferia, un appartamento per stranieri a meno di 1 milione al mese.

Naturalmente alla spesa del solo canone vanno aggiunte le altre spese necessarie per l'abitazione e cioè per le utenze (energia elettrica, gas, acqua, condominio, ecc.) nonché per la manutenzione ordinaria e straordinaria., complessivamente una spesa aggiuntiva al canone di circa 300.000 mensili.

A questo punto l'onere appare difficilmente sopportabile da un immigrato con un reddito non superiore alle lire 1.300.000. La spesa media per l'abitazione secondo l'indagine Istat sui consumi per le famiglie è del 23%. Nel caso delle famiglie degli immigrati raggiungerebbe il 90% in quanto la famiglia non avrebbe più margini di reddito per gli altri consumi vitali. La conseguenza più logica è l'espulsione dell'immigrato dal mercato, con ricerca di soluzioni estremamente precarie ed al limite della povertà.

Vi è da aggiungere che secondo l'interpretazione di alcune Regioni, anche ammettendo che l'immigrato riesca a stipulare un contratto concordato, non avrebbe comunque possibilità di accedere ai contributi del Fondo di sostegno all'affitto destinato alle famiglie più bisognose, contributi che sarebbero riservati, in mancanza di una previsione specifica contraria, soltanto ai cittadini italiani.

Abitazioni sotto standard

Ma il "regime speciale" non riguarda soltanto il livello del canone, riguarda anche l'oggetto del contratto e cioè il tipo di abitazione.

Approfittando della disponibilità degli immigrati e della loro necessità di gestire spesso situazioni di irregolarità, è stato attivato un mercato specifico con diffuso ricorso ad abitazioni sotto standard, ad un patrimonio fuori mercato di edifici sotto i limiti di abitabilità già considerati irrecuperabili alle esigenze della popolazione locale.

Queste particolarità del mercato dell'affitto, ora in alternativa ora in aggravio rispetto all'altra discriminazione sul livello del canone, sono state segnalate praticamente ovunque: in Veneto, a Bergamo, a Palermo, nel Salento, in Toscana.

Dieci metri quadrati per ogni immigrato

Circa 600.000 immigrati in Italia, quasi la popolazione di una città come Genova, sono in costante ricerca di un alloggio. Nel frattempo sono costretti a dormire sotto i ponti, in macchina, in carrozze ferroviarie abbandonate, in baracche, in centri di prima accoglienza, in dormitori pubblici, in centri di detenzione "amministrativa", in carcere (spesso considerato un estremo rifugio), in magazzini fatiscenti a trecentomila lire mensili insieme ad altre decine di sfortunati, in centri sociali, in case occupate, in edifici pericolanti oppure, i più fortunati, trovano ospitalità presso altre famiglie di immigrati. Per cercare di soddisfare od alleviare questa fame di case gli interventi pubblici sono scarsi e disorganici, e ci si affida quasi esclusivamente alle associazioni di volontariato.

Regione per regione abbiamo cercato di valutare in linea di larga approssimazione, e tenendo conto che la domanda è molto differenziata (vi è richiesta di case in affitto per lunghi periodi, ma anche di alloggi collettivi, di centri di accoglienza, di alloggi provvisori) il numero delle abitazioni -di edilizia sociale a prezzo politico- sufficiente a risolvere almeno temporaneamente il problema di alloggio dei lavoratori immigrati.

Reperire tali abitazioni è estremamente urgente e le autorità preposte dovranno decidere se intervenire sul mercato attuale con una politica limitata al sostegno dei gruppi più deboli ed al loro inserimento nei centri storici e nei nuclei periferici di residenza pubblica, oppure tornare ad una politica più decisa, quella del mattone, e cioè con un piano straordinario per una nuova edilizia sociale per gli immigrati che tenga conto delle singole etnie e delle loro esigenze specifiche nel quadro di una valorizzazione ambientale, piano di cui ha recentemente parlato il presidente dell'ANCE Claudio De Albertis.

In ordine a quest'ultima proposta che comporterebbe nuovi insediamenti in città già sovraffollate hanno espresso riserve le forze politiche ecologiste. Positiva è stata invece la reazione del Ministro dei Lavori Pubblici Nerio Nesi secondo cui " ci siamo abituati a ragionare sul fatto che il 75% della popolazione italiana è rappresentata da proprietari di casa, e abbiamo costruito un muro di indifferenza nei confronti del restante 25% che non la possiede. E' doveroso pensare a una casa per le classi più povere".

Va anche rilevato come in Italia non si possa continuare a parlare dei problemi degli immigrati solo in termini di "ordine pubblico", ma se è necessario continuare a parlare di "ordine", allora va precisato con forza che il lasciare 600.000 persone con scarsi mezzi di sussistenza e senza casa non sembra il modo migliore per prevenire la "micro-criminalità"



La tabella 2, che non comprende gli immigrati senza permesso di soggiorno, è puramente indicativa, e partendo da una percentuale nazionale di senza casa stimabile intorno al 40% del totale evidenzia percentuali più basse in alcune regioni dove la situazione generale abitativa è meno drammatica.

Ad esempio nelle Marche, da una indagine più vasta che l'Ares sta portando avanti sulla condizione lavorativa degli immigrati e sulla loro integrazione, che comprende logicamente anche la condizione abitativa, emergono dati meno drammatici soprattutto riguardanti immigrati che lavorano ormai da diversi anni in aziende (per lo più fabbriche di scarpe) situate in provincia di Ascoli, Macerata e Ancona,

" Le scarpe e la casa "

In sintesi da tale indagine risulta che la maggior parte (32%) dei lavoratori immigrati presenti nelle Marche è di origine marocchina, seguiti dai nigeriani(12%) e dagli albanesi(8%); che l'80% possiede il permesso di soggiorno; che il 36% è iscritto a un sindacato; che il 28% coabita con altri extracomunitari; che più dell'80% abita in una casa in affitto ; che infine il pagamento dell'affitto costituisce l'urgenza più pressante per più del 40% degli immigrati.

D'altra parte in alcune zone della Sicilia (ad esempio Mazara del Vallo) gli immigrati tunisini appaiono perfettamente integrati in quartieri con caratteristiche anche architettoniche dei paesi arabi, e hanno quindi scarsi problemi di alloggio.

Al contrario si può intuire che nelle regioni con città tipo Milano o Roma, dove la giungla degli affitti rende estremamente difficile l'inserimento abitativo, il "40% di senza casa" potrebbe considerarsi sottostimato.

Vi è quindi la necessità di assicurare agli immigrati con permesso di soggiorno ma senza casa un minimo di 370.000 posti letto e un numero di alloggi non inferiore a complessivi 4 milioni di mq.(calcolando per ciascun immigrato uno spazio vitale di 10 mq). Con un costo calcolabile in circa 8.000 miliardi, che creerebbe peraltro un patrimonio pubblico produttivo e troverebbe comunque copertura nel bilancio , specie dopo gli annunci del governo sullo "sfondamento" delle entrate fiscali previsto per il 2001( 12 mila miliardi di eccedenza delle entrate per imposte ordinarie e 50.000 miliardi per le licenze sui telefonini di nuova generazione).

Da rilevare che sul totale di immigrati con permesso di soggiorno al 31.12.98, 549.224 sono maschi e 484.011 femmine. Il 46,8% sono coniugati, mentre risultano iscritte all'anagrafe il 27,4 di famiglie con minori a carico.

Le statistiche recentemente diffuse dall'Istat (1999) indicano una crescita molto significativa delle nascite di bambini stranieri (da genitori entrambi stranieri). Le iscrizioni anagrafiche all'inizio 1999 hanno raggiunto la ragguardevole cifra di circa 187.000 unità, poco meno del doppio rispetto al 1996. Poiché i due terzi di questi bambini sono nati in Italia, l'Istat non li considera tra gli immigrati, pur facendo essi parte integrante dei nuclei familiari degli immigrati.



Il rapporto di esposizione all'irregolarità, pur essendo diminuito rispetto agli anni precedenti, è complessivamente stimato nell'ordine di 30-35 irregolari per ogni cento regolari.

Raggiunge livelli massimi tra albanesi, marocchini, rumeni, polacchi, ma presenta valori superiori alla media anche per quanto riguarda i brasiliani, i tunisini, i cinesi e i peruviani.

Per gli irregolari risulta certamente più difficile rispetto ai regolari la ricerca di una casa; per cui si è calcolata una percentuale di senza casa di circa il 45% del totale degli irregolari (anziché del 40% come stimato per i regolari).



La tabella n.5 trova una corrispondenza con le stime effettuate dal Censis in ordine alla domanda marginale di case in affitto nelle province italiane. Secondo tali stime, seppure effettuate per il 1993, gli immigrati rappresentavano quasi il 70% della domanda marginale in provincia di Roma, il 54,6 a Milano, il 51% a Firenze, il 27% a Napoli.

Questi dati, che evidenziano il carattere prevalentemente urbano-metropolitano della presenza di immigrati nel nostro paese, fanno riflettere sulla difficoltà di trattare aggregativamente la problematica della questione abitativa degli immigrati nel nostro paese.



Il problema abitativo interessa in misura maggiore gli immigrati di confessione islamica sia per la maggiore incidenza come numero complessivo di immigrati che per le caratteristiche familiari.

La "prova di alloggio"

Secondo la normativa sulla sanatoria per gli immigrati presenti in Italia prima del 27 marzo 1998, una delle condizioni essenziali per poter ottenere la regolarizzazione è la prova di poter disporre di un alloggio. Ora, poiché la situazione di irregolare non permette al proprietario che affitta un appartamento all'immigrato di dichiararlo ufficialmente, non resta che dichiarare di essere ospiti di altri stranieri(regolari) con i quali si coabita. Ma un alloggio occupato da più di due persone a stanza è irregolare e non è considerato idoneo al fine di ottenere la sanatoria. Ed ecco che si crea un mercato irregolare in cui gli immigrati che intendono ottenere la regolarizzazione sono costretti a versare dalle 200.000 lire ad un milione per ottenere una "prova di alloggio".

Su tali abusi verificatisi ad opera di proprietari e di funzionari l'associazione Duumcatu ha già inoltrato diversi esposti alla Procura della Repubblica del Tribunale di Roma, con conseguente apertura di procedimenti anche a carico di alcuni ispettori di polizia.

"Avevo un sogno quando sono arrivato in Italia - ci dice Siddique Nure Alam fondatore dell'associazione - credevo che qui venissero realmente rispettati i diritti al lavoro, alla casa, alla salute, purtroppo è rimasto un sogno".

Una microcittà per ogni etnia?



Rileva sottolineare che gli immigrati appartenenti alle comunità africane (Marocco, Senegal, Tunisia) per il 53-58% e filippine per il 43% risultano presenti in Italia da più di 5 anni, mentre i rumeni (per l'81%), gli albanesi (per il 70%) i polacchi (per il 65%) gli ex-jugoslavi (64%), i peruviani (per il 63%) risultano presenti in Italia da meno di 5 anni.

Per quanto riguarda i minori a carico, la proporzione è relativamente bassa per le componenti rumena e senegalese (la prima di immigrazione recente e di età relativamente giovane, la seconda caratterizzata da progetti migratori che contemplano raramente il ricongiungimento familiare), e assume valori intermedi in quella marocchina.

Vi è invece una proporzione elevata di soggiornanti con minori fra i cinesi e gli ex-jugoslavi (rispettivamente 14,9 e 15,5%). Ciò che stupisce è la quota modesta di minori a carico fra i filippini (5,7%). Forse spiegabile con il fatto che trattasi di una comunità con predominanza femminile inserita nei servizi alla famiglia italiana. Per le donne filippine risulta complesso svolgere i ruoli di madre e di lavoratrice, ruoli che invece non sembrano incompatibili fra le donne cinesi lavoratrici-casalinghe.

Un elemento rilevante al fine di programmare interventi abitativi è il fattore "mobilità". A questo proposito è stata accertata una bassa mobilità nelle comunità del Marocco e delle Filippine, mentre un'alta mobilità è stata riscontrata per gli immigrati della ex Jugoslavia, dell'Albania e dell'Est europeo.

Occorre inoltre tener conto delle specificità delle varie Regioni. Mentre ad esempio nel Lazio prevalgono i gruppi delle Filippine (26.933) e della Polonia (12.867), in Lombardia prevalgono i gruppi del Marocco( 30.952 ), dell'Egitto ( 15.797 ) e dell'Albania (14.002). Anche In Piemonte sono più numerosi i gruppi del Marocco (21.738) e dell'Albania (8.672) mentre in Sicilia, come è noto, i più numerosi sono sempre i tunisini ( 11.978).



Secondo una recente indagine della CISL gli extra-comunitari neo assunti nel periodo 1999-2000 (i dati forniti dal Min. del Lavoro in tabella riguardano il 1998) sarebbero 200.500 unità pari al 24,5% del totale. Le nuove assunzioni sarebbero concentrate nelle piccole imprese del settore delle costruzioni (42.000 lavoratori stranieri) e nei servizi (87.000 pari al 20% del totale degli assunti), in particolare servizi di pulizia(20.000 assunzioni). Mettendo a confronto questi dati con quelli della tabella 8 e della tabella successiva relativa ai dati ufficiali INPS sugli immigrati dipendenti da imprese, si deve ritenere che la maggior parte delle nuove assunzioni abbia un carattere temporaneo e precario.



I dati relativi all'occupazione "ufficiale" nel sistema delle imprese rimangono molto al di sotto del numero effettivo di immigrati regolarmente residenti in Italia per motivi di lavoro (circa 550.000 secondo la fonte del Ministero dell'Interno).

"Non è dato sapere quanti abbiano trovato un'occupazione senza essere registrati come stranieri, e quanti si siano inseriti nel settore domestico, in quello agricolo, nel lavoro autonomo. Resta il dubbio che una parte cospicua dei regolarizzati sia rifluita, per scelta o per necessità, nel mercato parallelo dell'occupazione irregolare" (dal "Quinto Rapporto sulle migrazioni 1999" dell'ISMU).

Secondo il dossier immigrazione 1999 della Caritas, i lavoratori domestici extracomunitari avrebbero superato in Italia le 100.000 unità e sarebbero in prevalenza asiatici. Un dato interessante è quello dell'incidenza degli uomini nel lavoro domestico: gli uomini sfiorano la metà (45%) dell'intera categoria delle Colf.

Sempre secondo il dossier Caritas i lavoratori agricoli extracomunitari sarebbero tra i 30 e i 40mila, di cui il 90% maschi, in prevalenza europei dell'Est e nordafricani; mentre i lavoratori autonomi sarebbero circa 50.000, di cui solo 4000 assicurati all'INPS, e con una assoluta prevalenza di cinesi.

Dalla tabella 9 emerge comunque chiaramente come gli auspicabili investimenti in abitazioni per immigrati occupati debbano essere concentrati soprattutto nel Nord Italia.

Centri di accoglienza: 17.200 posti letto per più di 100.000 richieste

I permessi di soggiorno concessi in Italia a cittadini stranieri nel corso del 1998 sono stati circa 150.000. La maggior incidenza nei nuovi flussi spetta all'Europa con ben la metà dei permessi (55.465 di cui 38.362 ai paesi dell'Est). L'area dell'Est detiene ben il 34,6% dei nuovi arrivi. Asia e America detengono quote di nuovi permessi rispettivamente del 21 e 14%. L'Africa è il paese più penalizzato nel confronto tra residenti(29%) e nuovi arrivati(14%).

Per realizzare una accoglienza adeguata nei confronti dei nuovi flussi migratori sono necessarie strutture alloggiative temporanee, che rispondano a bisogni urgenti per un tempo limitato, e siano integrate da misure di accompagnamento. Vi è cioè richiesta di strutture flessibili per una accoglienza rapida e rapida dismissione, accompagnate da servizi di orientamento.

I Centri di accoglienza attualmente disponibili in Italia appaiono del tutto insufficienti. Si tratta di 820 strutture di cui 620 ubicate nel Nord, che sono in grado di offrire 17.200 posti letto di fronte ad una domanda urgente di almeno 100.000 posti letto. Il Lazio, dove affluiscono annualmente circa 16.000 nuovi immigrati, dispone soltanto di 36 centri, con circa 900 posti letto complessivi.

Naturalmente il ruolo dei centri e il loro funzionamento è strettamente legato all'esistenza attorno ai centri stessi di una gamma di offerte di alloggi che consenta di uscirne. Finora è avvenuto infatti in moltissimi casi che la turnazione degli ospiti dei Centri sia stata impedita dalla carenza di altre offerte, e sia stata così snaturata la funzione di semplice accoglienza di queste strutture.

Come cambia la città

Quali caratteristiche ha presentato finora l'inserimento abitativo delle comunità di immigrati nelle nostre città?

Sicuramente emergono due "situazioni insediative": i centri storici e i vecchi quartieri di edilizia popolare.

Nei centri storici gli immigrati "occupano" lentamente interi quartieri (San Salvario a Torino, Carmine a Brescia, Vasto a Napoli, Canonica-Sarpi a Milano), oppure si insediano in spazi connotati dalla prossimità alle principali stazioni ferroviarie (Porta Palazzo a Torino, l'area attorno a S.Maria Novella a Firenze, l'Esquilino a Roma). In alcuni casi, come giustamente affermano i ricercatori dell'ISMU, redattori del "Quinto rapporto sulle migrazioni 1999" già citato, la localizzazione ripercorre gli spazi che in passato avevano già ospitato le immigrazioni del meridione (come nel caso emblematico di Porta Palazzo a Torino), in altri arrivano a compimento di un lungo processo di spopolamento e di disinvestimento immobiliare (come ad esempio a Palermo), o di più recenti cambiamenti nelle scelte abitative dei ceti medio-alti che ai centri storici preferiscono sempre di più aree di tipo suburbano (Parma, Reggio Emilia, in parte Brescia)

Ma ciò che appare più importane è il processo di territorializzazione . Ad una sistemazione alloggiativa in un patrimonio già degradato e concesso ad affitti molto elevati (sopportabili solo a prezzo di un alto grado di affollamento) si accompagna un forte sviluppo di esercizi commerciali e pubblici gestiti dagli stessi immigrati. Sviluppo che in alcuni casi coesiste con la nascita di attività artigianali e con l'avvio di nuclei di economia etnica.

Si crea quindi un circolo virtuoso: l'inserimento abitativo e la connessa area commerciale richiama altri immigrati e altri nuclei della stessa comunità residenti in altre parti della città che consentono la sopravvivenza e lo sviluppo dei "negozi etnici", mentre lavoratori soli, famiglie ricongiunte trovano ospitalità presso parenti e connazionali, rendendo sempre più il quartiere come etnicamente connotato.

L'insediamento degli immigrati nei centri storici attiva dei processi minimali di manutenzione di un patrimonio edilizio in abbandono e degradato, e attraverso le forme di commistione tra lavoro artigianale e residenza nonché la ricostituzione di una vita di strada e di vicinato, non fa che arricchire il paesaggio urbano superando i fenomeni di sterilizzazione e banalizzazione che lo affliggevano ( A.Lanzani: I centri storici).

Il medesimo "ingranaggio" stenta a mettersi in moto nelle periferie delle città. Numerosi nuclei si sono inseriti soprattutto in vecchi quartieri di edilizia economica popolare, dove cominciano ad assumere un certo peso e rilevanza le assegnazioni ad immigrati. Questa situazione è particolarmente evidente a Milano, e ciò a seguito di alcune leggi regionali (n.91/1983, n.28/1990) che hanno previsto la parità tra cittadini italiani e stranieri per la partecipazione ai bandi di concorso per l'assegnazione di alloggi pubblici senza alcuna discriminazione dovuta alla nazionalità o al periodo di residenza.

Contrariamente ai centri storici, i quartieri residenziali periferici sono caratterizzati da una rigidità tra tipi di alloggi offerti ed esigenze degli immigrati, che sono sia quelle di offrire ospitalità temporanea a connazionali, sia quelle di una più intensa vita in pubblico e negli spazi aperti. In particolare l'esigenza di aprire spazi commerciali od artigianali specifici (macellerie islamiche, negozi import-export orientali, lavanderie a gettone, negozi di telefonie internazionali, ecc.), può trovare realizzazione soltanto nelle vie adiacenti al quartiere. Pertanto, se nei centri storici la presenza di popolazioni immigrate contribuisce al recupero di alcuni spazi altrimenti abbandonati, nei vecchi quartieri di edilizia popolare esiste un profondo scarto tra la rigidità delle strutture edilizie, sia tipologica che normativa, e le pratiche di vita degli immigrati residenti nelle periferie, rigidità che impedisce ogni processo spontaneo di trasformazione e adeguamento degli spazi alle mutevoli necessità degli abitanti (C.Novak: Vecchi quartieri di edilizia popolare).

Cosa fare ?

Enti locali unitamente ad organizzazioni del terzo settore hanno finora portato avanti alcuni progetti per favorire l'inserimento abitativo degli immigrati e bloccare il loro processo di "esclusione" prima che potesse diventare irreversibile.

Si tratta di interventi variegati di vario livello, che fanno leva sugli scarsi finanziamenti esistenti, e sfruttano gli spazi offerti dal sistema dell'ERP (edilizia residenziale pubblica) e dalla legislazione sull'immigrazione, ma nello stesso tempo introducendo formule tipologiche ed organizzative inedite, non previste nel nostro sistema istituzionale e prendendo a modello esperienze di altri paesi.

Tra i vari interventi occorre citarne alcuni.

1) Azioni immobiliari sociali. Consistono principalmente nello svolgere un'azione di intermediazione tra proprietari e immigrati offrendo garanzie per l'affitto e un'integrazione economica, nonché costituire e gestire un patrimonio di alloggi da affittare a prezzi contenuti.

2) Agenzie. Forme organizzative di natura pubblica o privata che hanno il compito di svolgere efficacemente l'azione immobiliare sociale sul modello francese o belga, e di coordinare diverse azioni nel territorio per facilitare l'inserimento abitativo (Agenzie sociali meritorie in questo campo sono la Cooperativa DAR di Genova, il Comitato Arcata di Roma, l'agenzia Casa Amica a Bergamo).

3) Sistemazioni collettive. Consistono nella gestione, a livello di associazioni, di strutture alloggiative di emergenza o secondarie nel quadro del superamento dei centri di prima accoglienza.

Come si vede, la risposta istituzionale e sociale offre spunti positivi e d'avanguardia, ma di fronte ad un problema così urgente e drammatico e di dimensioni quantitative assolutamente inusuali, appare riduttiva ed insufficiente.

La vera dimensione dell'emergenza-immigrati è stata intuita dal Presidente dell'ANCE nel lanciare l'idea di un "piano sociale straordinario di edilizia popolare", proposta che sarebbe stata già presa in considerazione dal Ministro Nesi.

Naturalmente il dibattito è aperto e dovrebbe portare nel più breve tempo possibile - anche in vista della "finanziaria"- al varo di un pacchetto-casa che comprenda progetti polivalenti e intercambiabili proporzionati, a livello organizzativo e di costi, all'entità numerica degli immigrati che vengono "accolti" nel nostro territorio in misura sempre più crescente.

Si può già prevedere che tali provvedimenti non saranno incentrati unicamente su nuove costruzioni, ma incentiveranno l'utilizzo e la ristrutturazione dell'esistente sempre con riferimento alle esigenze specifiche delle singole comunità, e amplieranno in proporzione dei reali bisogni il campo di interventi economici integrativi dell'affitto. A quest'ultimo riguardo è auspicabile che sia disposta a carico degli enti locali l'integrazione della differenza tra canone reale e canone convenzionato.

Il varo di un pacchetto casa ad hoc dovrebbe comunque essere l'occasione per riconsiderare la politica abitativa nei confronti di tutte le fasce deboli attuando i dovuti correttivi e sanando almeno parzialmente le ferite di un liberismo troppo spinto.

Va infine sottolineato come provvedimenti intesi a reperire nuove case per fasce deboli e immigrati andrebbero incontro anche alle esigenze delle imprese (maggiore produttività) ed a quelle dei comuni cittadini (cosiddetto ordine pubblico).


Principali pubblicazioni consultate

- "Primo rapporto sull'integrazione degli immigrati in Italia" a cura di Giovanna Zincone(Ed. Il Mulino/ 2000)

- "Quinto rapporto sulle migrazioni 1999" a cura della Fondazione Cariplo per le iniziative e lo studio sulla multietnicità (Ed. Franco Angeli /2000)

- "Annuario Sociale 2000" a cura del Gruppo Abele (ed.Feltrinelli/2000)

- "Dossier Immigrazione 1999" a cura della Caritas di Roma

- "Pluralismo, multiculturalismo e estranei" di Giovanni Sartori (ed.Rizzoli)

- "L'immigrazione alle soglie del 2000" a cura di Franco Pittau (ed.Sinnos)

- "Guida al pianeta immigrazione" a cura di Vaifra Palanca (Ed.Riuniti)

- "Immigrazione e criminalità" di Marzio Barbagli (ed. Il Mulino)


Il dossier "IL COLORE DELLE CASE" è stato redatto a cura di R. Nobile, V. Lannutti, A. Cassanelli e P. Venturini ha collaborato Siddique Nure Alam.

Roma, settembre 2000.

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