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Più
case in affitto,
più mobilità sociale e territoriale
Indagine Censis-Sunia-CGIL
sulle famiglie in affitto
Roma,
4 Aprile, 2007
1.
IL QUADRO
1.1. La crisi dell’affitto
Dopo anni di scarsa attenzione, in cui la questione abitativa
è stata relegata in secondo piano essendo data sostanzialmente
per risolta, la casa è tornata ad essere un tema caldo
del dibattito pubblico.
La generale debolezza delle politiche abitative per le fasce
medio-basse, la carenza di un’offerta di abitazioni
in affitto a prezzi accessibili, l’esiguità del
patrimonio di edilizia sociale pubblica ed il suo sostanziale
“blocco”, sono alcuni dei fattori alla base della
criticità che il problema casa assume nel nostro paese
ed in modo particolare nelle grandi aree urbane.
Non vi è dubbio che la crisi attuale riguardi in modo
particolare le famiglie a basso reddito che vivono in alloggi
in affitto in regime di libero mercato nelle aree metropolitane
e che quindi sono state esposte in questi anni al forte incremento
dei canoni.
Ma il bisogno di un rilancio delle politiche dell’affitto
non deriva solo dall’urgenza di rispondere ad alcune
drammatiche tensioni sociali (si pensi al problema degli sfratti,
la maggior parte dei quali dovuti a morosità), ma anche
dalla necessità di affrontare il tema della limitata
mobilità sociale e territoriale che penalizza l’Italia
rispetto ad altri partner europei.
Per questo oggi il tema dell’affitto, ovvero della costruzione
di condizioni per il rilancio di un’offerta a prezzi
accessibili, diventa cruciale sia sul versante della coesione
sociale che su quello della competitività del sistema
paese.
1.2. Italia fanalino di coda in Europa
Lo stock in affitto del nostro Paese, già di dimensioni
limitate, ha subito negli ultimi anni un progressivo ridimensionamento.
Ormai da molti anni si assiste al costante declino del comparto
delle abitazioni in affitto per usi primari, un comparto che
si è ridotto tanto in senso assoluto (numero di alloggi)
quanto in senso relativo (percentuale di abitazioni in affitto
sul totale dello stock esistente).
In questi anni, in assenza di incentivi significativi e in
presenza di una fase di boom immobiliare, il mercato delle
costruzioni ha realizzato quasi esclusivamente alloggi destinati
alla vendita, in un contesto in cui la combinazione affitti
alti/bassi tassi di interesse ha spinto le famiglie italiane
a preferire comunque di indebitarsi per cifre considerevoli
e per molti anni pur di accedere alla proprietà abitativa.
Se al censimento 2001 sono state registrate 4,3 milioni di
abitazioni (il 20,3% del totale) contro i 5 milioni del 1991,
successivamente l’Istat ha stimato pari al 18,7% la
quota di famiglia in affitto. Peraltro il Censis nel 2006
ha stimato in circa 3 milioni i nuovi proprietari dal 2001,
che hanno alimentato un volume di compravendite mai raggiunto
in precedenza, ormai ufficialmente quantificato in una media
di 750.000 alloggi compravenduti nell’ultimo quadriennio.
In ogni caso si tratta di dati che ci distanziano dai paesi
europei più sviluppati, (solo la Spagna ha un settore
dell’affitto più esiguo di quello italiano) dove
tale percentuale si attesta generalmente tra il 30% ed il
40% (tab. 1, fig. 1), ma anche da Usa e Canada anch’essi
con percentuali di alloggi in locazione superiori al 30%.
Tab.
1 - Dimensioni dello stock abitativo e del comparto in affitto
nei paesi europei e nord-americani (2004)

Fonte:
elaborazione Censis su dati Unece, Eurostat e rapporto Housing
Statistics in the Eu 2004
Fig.
1 - Alloggi in affitto sul totale degli alloggi occupati (val.
%)

Fonte:
elaborazione Censis su dati Unece, Eurostat e rapporto Housing
Statistics in the Eu 2004
Tale
stock è stato tradizionalmente (e lo è ancora)
composto soprattutto di abitazioni di proprietà di
persone fisiche, mancando nel settore di mercato, a differenza
di altri paesi europei, una presenza significativa e consistente
di grandi investitori.
D’altra parte il settore sociale è sempre stato
molto esiguo ed oggi rappresenta appena il 23% dell’offerta
in affitto ed ha dimensioni inferiori al 5% dell’intero
stock. Si tratta ancora di un’anomalia rispetto alla
situazione della maggior parte degli altri paesi europei dove,
anche a fronte di politiche di dismissione del patrimonio
residenziale pubblico, tale quota è in genere da 3
a 6 volte superiore (tab. 2, fig. 2). Anche in questo caso
solo la Spagna ed il Portogallo registrano valori più
bassi.
Peraltro a fronte di un patrimonio così esiguo si registra
la presenza di redditi medi e di una quota rilevante di soggetti
non aventi più i requisiti, a fronte della crescente
domanda di un alloggio sociale che non trova risposte.
Tab. 2 - Patrimonio di edilizia sociale in affitto
nei paesi europei (val. %)

Fonte:
elaborazione Censis su dati rapporto Housing Statistics
in the Eu 2004
Fig. 2 - Alloggi di edilizia sociale sul totale degli
alloggi occupati (val. %)

Fonte:
elaborazione Censis su dati rapporto Housing Statistics
in the Eu 2004
Peraltro all’interno dello stock in affitto, che comunque
nelle grandi città mantiene un ruolo considerevole,
c’è il rischio di una polarizzazione sociale
nella composizione dell’inquilinato, che vede sovrarappresentate
le fasce sociali più povere. Al riguardo la tabella
3 mostra come le famiglie con reddito inferiore al 60% di
quello medio rappresentano in Italia ben il 30% dei nuclei
afferenti al comparto dell’affitto, contro un valore
del 17% nel registrato nel settore della proprietà.
Tab. 3 - Peso percentuale delle famiglie a basso reddito nel
comparto dell’affitto nei paesi europei

Fonte:
elaborazione Censis su dati rapporto Housing Statistics
in the Eu 2004
1.3.
La crescita dei prezzi di mercato
Alla base delle tensioni sociali legate al problema casa vi
è senza dubbio la crescente difficoltà di trovare
un alloggio in affitto a prezzi accessibili.
Nel nostro Paese i prezzi di mercato degli affitti sono cresciuti
negli ultimi anni in maniera considerevole, in modo particolare
nelle grandi aree urbane. Se si considera l’andamento
dei valori negli anni successivi alla riforma degli affitti,
quindi nel periodo 1999-2006, si può notare quanto
sia stato sensibile l’incremento dei valori: si tratta
complessivamente di un innalzamento del 112% con una crescita
decisamente accentuata nei primi quattro anni (1999-2002)
periodo in cui i prezzi delle case in affitto messe sul mercato
sono saliti mediamente del 62%; nei quattro anni successivi
(2003-2006) si è invece registrata una fase di rallentamento
della crescita con incrementi più modesti (13,4% nelle
città con meno di 250.000 abitanti, 18,6% nelle grandi
città) (tab. 4, figg. 3 e 4).
Fenomeno generale che ha registrato le punte più alte
nelle grandi città ed in particolare nel centro Italia
(per gli alti valori di Roma e Firenze), dove i i canoni di
mercato sono continuati a salire in misura più rilevante
anche negli ultimi quattro anni determinando un incremento
complessivo del 128% nel periodo.
Tab.
4 - L’incremento dei prezzi di mercato degli affitti
tra 1999 e 2006 nelle città sopra i 100.000 abitanti

Fonte:
elaborazione Censis su dati MonitorImmobiliare
Fig.
3 - Incremento dei prezzi medi di mercato dell’affitto
in Italia, 1999-2006 (val. %)
| Città
tra 100.000 e 250.000 abitanti |
Incremento
prezzo medio di affitto
1999-2002 |
Incremento
prezzo medio di affitto
2003-2006
|
Incremento
prezzo medio di affitto
1999-2006
|
 |
 |
 |
Città
con oltre 250.000 abitanti |
Incremento
prezzo medio di affitto
1999-2002
|
Incremento
prezzo medio di affitto
2003-2006
|
Incremento
prezzo medio di affitto
1999-2006
|
 |
 |
 |
Fonte:
elaborazione Censis su dati MonitorImmobiliare
Fig. 4 - Andamento dei prezzi medi di mercato dell’affitto
in Italia, 1999-2006 (numeri indice: 1999=100)
Fonte:
elaborazione Censis su dati MonitorImmobiliare
A fronte di questo quadro oggi si può dire che (fatta
eccezione di Londra e Parigi che hanno caratteristiche peculiari),
i canoni di mercato in alcune grandi città italiane
del centro nord risultano in linea o addirittura superiori
a quelli di alcune città nordeuropee (tab. 5).
Tab. 5 - Valori di riferimento dei canoni medi per
un appartamento in alcune città europee

Fonte:
elaborazione Censis su fonti varie, 2007
2. L’INDAGINE SUGLI INQUILINI
Il Censis, il Sunia e la CGIL hanno realizzato negli scorsi
mesi un’indagine diretta presso un campione di circa
5.000 famiglie in affitto, i cui risultati, rappresentativi
dell’intera realtà nazionale, offrono un quadro
aggiornato su diversi aspetti di questo importante comparto.
I principali dati di indagine vengono presentati facendo riferimento
soprattutto a disaggregazioni relative da un lato alla tipologia
del proprietario (singolo privato, ente pubblico, società
privata/ente previdenziale) e dall’altro alla dimensione
del comune di residenza della famiglia.
In particolare il quadro dei costi abitativi appare infatti
fortemente differenziato in relazione a tali due parametri,
evidenziando situazioni di notevole svantaggio delle fasce
di reddito più basse che abitano in alloggi in affitto
in libero mercato nelle grandi aree urbane.
2.1. I costi dell’abitare
Un primo focus della ricerca è relativo, naturalmente,
alla dimensione economica dell’abitare in affitto. Riguardo
al canone pagato dalle famiglie in affitto, l’indagine
registra un valore medio nazionale, nel settore privato, pari
a 440 euro mensili (tab. 6). Una precedente indagine del Sunia
del 2003 indicava un valore medio nazionale pari a 387 euro
al mese.
Si tratta di un valore medio nazionale dei canoni in essere
(e non dei prezzi oggi sul mercato di chi ricerca un alloggio
in affitto), rispetto al quale variazioni considerevoli si
registrano anzitutto prendendo in considerazione il fattore
territoriale: nel settore privato i valori massimi si registrano
nelle regioni del Centro (580 euro/mese), quelli più
bassi al sud (376 euro/mese). Nel nord-est il canone medio
è pari 454 euro/mese, contro i 426 euro/mese del nord-ovest.
Tab. 6 - Valori medi per ripartizione geografica

Fonte:
indagine Censis-Sunia-Cgil e dati Istat
Valori molto più elevati si registrano nelle città
con più di 250.000 abitanti (tab. 7). Parliamo infatti
di 600 euro/mese, un valore del 53% più alto di quello
medio registrato nei centri sotto questa soglia (392 euro/mese).
Prendendo in considerazione le ripartizioni territoriali si
ha un + 30% al sud, un + 44% al nord, e addirittura + 72%
al centro dove il valore medio si approssima agli 800 euro
mensili.
Tab. 7 - Valori medi dei canoni di affitto nel settore privato
per ripartizione geografica e ampiezza del comune (euro/mese)

Fonte:
indagine Censis-Sunia-Cgil, 2007
Il
canone di affitto medio varia sensibilmente anche in relazione
alla durata della storia contrattuale (tab. 8): nelle grandi
città gli inquilini che risiedono nell’abitazione
da meno di 5 anni pagano in media un affitto di 635 euro/mese,
più elevato del 22% rispetto a quelli che occupano
l’alloggio da almeno 16 anni (517 euro/mese). Si tratta
in sostanza di quegli inquilini che più direttamente
hanno risentito dell’innalzamento dei prezzi degli ultimi
anni.
Tab. 8 - Canone medio per anni di permanenza nell’abitazione
e ampiezza del comune nel settore privato (val. %)

Fonte:
indagine Censis-Sunia-Cgil, 2007
Come è evidente il caro-affitti rappresenta una problematica
fortemente legata alla grande dimensione urbana. Analizzando
i dati dei canoni del settore privato aggregati per scaglioni
di importo (tab. 9), si nota come nelle grandi città
ben l’82,2% degli inquilini del settore privato paga
un canone superiore ai 400 euro mensili, contro una percentuale
del 38,9% dei comuni con meno di 250.000 abitanti.
Del resto i canoni inferiori ai 300 euro, che nelle piccole
e medie città rappresentano più di un quarto
dei casi (25,9%) nei grandi centri urbani riguardano appena
il 6,4% del totale.
Tab. 9 - Distribuzione in classi dei canoni di affitto nel
settore privato per ampiezza del comune (val. %)

Fonte:
indagine Censis-Sunia-Cgil, 2007
Il
mondo delle famiglie in affitto è sicuramente molto
articolato. Anche limitando l’analisi al settore privato
delle grandi città italiane si presenta, dal punto
di vista dei canoni, altamente differenziato. Tuttavia ha
senso chiedersi se il reddito complessivo generato dalla locazione
si costruisce uniformemente nelle diverse fasce di canone,
al cui aumentare corrisponde un numero decrescente di famiglie
in grado di sostenerlo.
La tabella 10, ripartendo in decili l’universo delle
famiglie che abitano in una grande città e che dispongono
di una casa in affitto a prezzi di mercato, dimostra in maniera
piuttosto evidente che le cose non stanno così. Innanzitutto
si evidenzia l’esistenza di due estremi molto distanti
tra loro: un “segmento basso”, che contiene l’affitto
mensile in circa 280 euro e un “segmento alto”,
composto da famiglie che pagano un affitto medio di più
di 1000 euro mensili. Inoltre, gli ultimi due decili di famiglie,
ossia quelle che pagano canoni superiori ai 800 euro al mese,
garantiscono ai proprietari il 28,4% del reddito complessivo
da affitto.
Tab.
10 - Affitti medi (effettivamente pagati al 2005) e quote
di affitto per decimi di famiglie (solo privati nei comuni
con oltre 250.000 abitanti).

Fonte:
Indagine Censis-Sunia-Cgil, 2007
Tornando al tema della sovrarappresentazione delle fasce sociali
più povere all’interno del comparto dell’affitto,
la tabella 11 offre un’ulteriore conferma.
Nel settore privato, non diversamente da quello pubblico,
le famiglie che dichiarano di avere un reddito inferiore ai
15.000 euro rappresentano circa la metà del totale;
ponendo come soglia i 20.000 euro si ha il 76,4% delle famiglie
in affitto da privati e l’80,2% di quelle in affitto
nel settore pubblico.
Tab. 11 - Distribuzione delle famiglie in classi di reddito
per tipo di proprietario dell’abitazione (val. %)

Fonte:
indagine Censis-Sunia-Cgil, 2007
Analizzando
in particolare il profilo reddituale delle famiglie in affitto
da privati (tab. 12) in base alle interviste effettuate risulta
che il 76,4% di esse ricade nella fascia di reddito sotto
i 20.000 euro, ed un altro 20,1% tra i 20.000 ed i 30.000
euro. Solo il 3,5% dichiara di avere un reddito familiare
superiore ai 30.000 euro.
Nelle grandi città, dove i canoni sono considerevolmente
più elevati, sono sovrarappresentate proprio le fasce
più basse: le famiglie con reddito sotto i 10.000 euro
sono il 24,5% contro il 18,1% dei centri con meno di 250.000
abitanti. Un’ulteriore conferma del carattere problematico
della questione affitto nelle grandi aree urbane.
Tab. 12 - Settore privato: composizione in base al reddito
per ampiezza del comune (val. %)

Fonte:
indagine Censis-Sunia-Cgil, 2007
A fronte di tale composizione del settore privato non stupisce
che l’effetto del caro-affitti sia una notevole e pesante
incidenza dei costi abitativi rispetto al reddito delle famiglie.
Nelle fasce basse tale incidenza raggiunge valori molto elevati
(tab. 13). In particolare nella fascia fino a 10.000 euro
l’affitto nei grandi centri pesa per i due terzi del
reddito nelle grandi città, e per il 42% sotto i 250.000
abitanti. Per la fascia di reddito tra i 10.000 ed i 15.000
euro, che rappresenta circa il 30% dell’inquilinato,
l’incidenza media è pari al 30% sotto i 250.000
abitanti e al 48% sopra questa soglia. Nella fascia di reddito
direttamente superiore, quella compresa tra 15.000 e 20.000
euro, in cui ricade circa il 27% delle famiglie in affitto,
l’incidenza dell’affitto scende al 24% nei comuni
con meno di 250.000 abitanti, ma rimane elevata nelle grandi
città, dove è pari al 35%.
Tab. 13 - L’incidenza dell’affitto sul reddito
nel settore privato (calcolata sul limite superiore della
classe di reddito)

Fonte:
indagine Censis-Sunia-Cgil, 2007
Per stimare l’entità complessiva dei costi dell’abitare
in affitto, è stato chiesto agli intervistati di indicare
il valore della spesa mensile legata al pagamento delle utenze
(acqua, gas, luce, riscaldamento) e del condominio: il valore
medio risulta pari a 175 euro al mese, senza variazioni di
rilievo a livello territoriale.
Tenendo conto anche del pagamento delle utenze, la spesa complessiva
legata alla casa incide per la fascia più bassa (10.000
euro/anno) nella misura del 62% del reddito nelle città
sotto i 250.000 abitanti, e dell’86% nelle grandi città.
Ancora per la fascia superiore (tra 10.000 e 15.000 euro),
le spese abitative complessive sono pari al 55% del reddito
nelle piccole e medie città, e si attestano al 61%
in quelle grandi.
In relazione alla crescente difficoltà delle famiglie
più povere a far fronte all’incremento dei canoni,
le poche risorse pubbliche disponibili sul fronte della casa
sono state dirette, seppure in misura insufficiente, verso
l’aiuto alla persona con contributi integrativi per
il pagamento del canone di locazione per le famiglie a basso
reddito in affitto sul mercato con contratto regolare.
Dall’indagine risulta che le famiglie in affitto nel
settore privato che nel corso del 2005 hanno ricevuto un contributo
dal loro comune per il pagamento del canone (grazie al Fondo
sociale per l’affitto istituito dalla legge 431/98),
sono il 12,5% del campione. Tale valore sale al 16,6% se si
considerano solo gli inquilini residenti nelle grandi città
(tab. 14).
Il valore medio del contributo risulta pari a 1.000 euro l’anno:
in particolare 1.066 euro/anno al nord, 1.166 euro/anno al
centro e 883 euro/anno al sud.
Da notare che il canone medio pagato dalle famiglie che hanno
ricevuto un contributo dal Comune è pari a 436 euro/mese,
il 27,6% più elevato di quello medio (342 euro/mese)
pagato dalle famiglie che non hanno usufruito del buono casa.
Tab.
14 - Famiglie in affitto da privati che hanno usufruito del
buono casa per ampiezza demografica del comune (val.%)

Fonte:
indagine Censis-Sunia-Cgil, 2007
2.2. Il profilo dell’utenza
Una seconda batteria di domande è stata finalizzata
ad esplorare il profilo dell’utenza in affitto.
Riguardo alla dimensione della famiglia si segnala il fatto
che i nuclei unipersonali (composti da donne nel 58,1% dei
casi) sono il 19,2% del totale ed in particolare rappresentano
il 20,5% delle famiglie in affitto da privati ed il 15,6%
di quelle che occupano un alloggio pubblico. Di contro le
famiglie numerose (con 5 o più componenti) sono il
9,7% del totale nel privato ed il 12,3% nel pubblico (tab.15).
Tab. 15 - Classi in base al numero di componenti della famiglia
per tipologia di proprietario (val. %)

Fonte:
indagine Censis-Sunia-Cgil, 2007
I nuclei monoreddito rappresentano ben il 67,0% delle famiglie
in affitto nel settore privato ed il 63,6% di quelle del settore
pubblico (tab. 16). In quest’ultimo tra le famiglie
con 5 o più componenti i nuclei monoreddito sono pari
al 60,8%.
Tab. 16 - Percentuale di famiglie mono-reddito per settore
e per numero di componenti della famiglia (val. %)

Fonte:
indagine Censis-Sunia-Cgil, 2007
Analizzando
il profilo lavorativo del soggetto della famiglia che risulta
il primo percettore di reddito (tab. 17) si conferma il peso
rilevante di categorie a basso reddito come gli operai (39,6%)
e i pensionati (32,9%), questi ultimi maggiormente presenti
nel settore pubblico (40,9%). Gli impiegati pesano soprattutto
nel patrimonio di società, assicurazioni ed enti previdenziali
(26,3%), mentre sono appena l'11,1% nel settore pubblico.
Tab. 17 - Profilo lavorativo del primo percettore di reddito
della famiglia (val. %)

Fonte:
indagine Censis-Sunia-Cgil, 2007
Il
capofamiglia ha più di 65 anni nel 35,8% dei casi nel
settore pubblico e nel 22,7% in quello privato (tab. 18).
Un quarto dei nuclei in affitto (25,1%) ha come capofamiglia
una donna: in questo caso l’età media è
pari a 57 anni, contro i 52 dei capofamiglia uomini.
Tab.
18 - Caratteristiche del capofamiglia per numero di componenti
della famiglia (val. %)

Fonte:
indagine Censis-Sunia-Cgil, 2007
Tra
le famiglie in affitto nel settore privato la percentuale
di capofamiglia laureati è pari al 4,9%, contro il
3,9% nel settore pubblico; i diplomati rappresentano il 25,6%
dei capofamiglia nel settore privato, contro il 12,9% del
settore pubblico.
Anche riguardo alla durata della permanenza nell’attuale
alloggio si segnalano differenze rilevanti tra il comparto
privato e quello pubblico (tab. 19). In media, nel mercato
privato la famiglia risiede nell’alloggio attualmente
occupato da circa 10 anni (9,8) contro un valore di ben 16
anni nel settore dell’affitto pubblico. In particolare,
nel settore privato gli inquilini che risiedono nell’alloggio
da meno di 5 anni rappresentano ben il 42,4% del totale, mentre
sono appena il 18,2% nel settore pubblico. Di contro nel settore
pubblico ben il 46,6% della famiglie occupa l’alloggio
da 16 anni o più, contro una percentuale del 18,8%
del mercato privato.
Tab.
19 - Anni di residenza (in classi) nell’abitazione per
tipologia di proprietario (val.%)

Fonte:
indagine Censis-Sunia-Cgil, 2007
2.3.
L’alloggio
Una terza sezione dell’indagine ha riguardato le caratteristiche
dell’abitazione occupata ed il suo livello di funzionalità
e manutenzione.
Il comparto pubblico e quello privato non si differenziano
in modo sensibile dal punto di vista del taglio dimensionale
dell’abitazione: le abitazioni con 1 o 2 stanze (vani
utili esclusi i servizi) rappresentano il 37% dello stock
privato ed il 34,8% di quello pubblico, quelle con 3 stanze
il 40,8% nel privato ed il 47,2% nel pubblico. Abitazioni
con 4 o più stanze rappresentano il 22,2% nel privato
ed il 18,1% nel pubblico (tab. 20).
Tab. 20 - Dimensione dell’alloggio in numero di stanze
(vani utili esclusi i servizi) per tipologia di proprietario
(val. %)

Fonte:
indagine Censis-Sunia-Cgil, 2007
Con riferimento al numero dei componenti emergono quote di
famiglie, seppure minoritarie, per le quali permane un problema
di inadeguatezza dimensionale dell’alloggio: il 33,%
delle famiglie con 2/4 componenti e addirittura l’11,7%
delle famiglie composte da 5 o più persone risiedono
in un’abitazione di 2 stanze. Di contro l’11%
delle famiglie unipersonali dispone di un’abitazione
di 4 stanze (tab. 21).
Ma complessivamente ben i due terzi degli intervistati (66,8%)
dichiarano comunque di essere molto o abbastanza soddisfatti
della dimensione dell’abitazione; la percentuale di
totalmente insoddisfatti si attesta all’8%, senza variazioni
rilevanti tra settore pubblico e settore privato.
Tab. 21 - Dimensione dell’alloggio in numero
di stanze (vani utili esclusi i servizi) per tipologia di
proprietario (val. %)

Fonte:
indagine Censis-Sunia-Cgil, 2007
Decisamente
più basso il livello di soddisfazione per lo stato
di conservazione dell’edificio (tab. 22): complessivamente
il 37,1% si dichiara per niente soddisfatto ed un altro 13,8%
totalmente scontento. Anche in questo caso gli scostamenti
tra settore privato e quello pubblico sono estremamente limitati.
Tab.
22 - Livello di soddisfazione per lo stato di conservazione
ed efficienza degli impianti dell'alloggio

Fonte:
indagine Censis-Sunia-Cgil, 2007
Un tema che con l’invecchiamento della popolazione appare
sempre di maggiore attualità è quello delle
barriere architettoniche. La percentuale di famiglie in affitto
che dichiarano di avere almeno un componente con un qualche
problema di mobilità è pari al 12,7% nel settore
privato e sale al 20,6% nel settore pubblico (tab. 23).
Con riferimento alla propria condizione abitativa, il 27,9%
del campione si dichiara poco soddisfatto della situazione
legata alle barriere architettoniche e ben 1,7% per niente
soddisfatto (tab. 24). Una percentuale che sale addirittura
al 64,7% nelle famiglie più numerose, dove evidentemente
la presenza di anziani e bambini da accudire rende più
sensibili al tema.
Tab. 23 - Famiglie in affitto con persone che hanno un qualche
problema di mobilità (val. %)

Fonte:
indagine Censis-Sunia-Cgil, 2007
Tab.
24 - Livello di soddisfazione per la situazione delle barriere
architettoniche per dimensione della famiglia (val. %)

Fonte:
indagine Censis-Sunia 2006
2.4. Cambiare o rimanere: scelta o necessità?
L’ultima sezione dell’indagine è relativa
alle prospettive delle famiglie in relazione al mantenimento
dell’attuale condizione abitativa ed all’eventuale
prospettiva di un cambiamento.
Ben il 45,2% degli inquilini intervistati dichiara di essere
poco o per nulla soddisfatto della casa in cui vive, senza
scostamenti significativi tra pubblico e privato (tab. 25).
Da notare che in un’analoga indagine effettuata dal
Censis nel 2001 la percentuale di inquilini poco o per nulla
soddisfatti era molto più bassa, pari al 26,3%.
Ancora una volta è nelle grandi città che si
concentra il disagio: la percentuale di coloro che si dichiarano
molto scontenti e desiderosi di cambiare è pari al
23,0% sopra i 250.000 abitanti, contro il 17,0% di coloro
che abitano in centri sotto tale soglia dimensionale.
Tab.
25 - Grado di soddisfazione degli inquilini relativo alla
attuale condizione abitativa per settore e per ampiezza del
comune di residenza (val. %)

Fonte:
indagine Censis-Sunia 2007
Venendo
alle motivazioni prevalenti dell’abitare in affitto
(tab. 26), per la maggioranza degli inquilini (66%) del mercato
privato non si tratta di una scelta ma di una necessità
legata all’impossibilità di acquistare un’abitazione:
il dato riguarda il 64,2% delle famiglie nelle piccole e medie
città e sale al 74,7% nelle grandi città.
Nei centri sotto i 250.000 abitanti per ben il 26,9% delle
famiglie la ragione principale è comunque la convenienza
economica.
Tab. 26 - Motivazioni dell’abitare in affitto (settore
privato) per ampiezza del comune (val. %)

Fonte:
indagine Censis-Sunia 2007
In
media il 12,5% degli inquilini del settore privato ha ricevuto
una richiesta di sfratto da parte del proprietario. Questo
dato sale al 21,6% se si considerano le sole famiglie residenti
nelle grandi città.
E’ interessante analizzare le risposte relative alle
previsioni di investimento immobiliare e di cambiamento a
tre anni (tab. 27). Ben il 21,1% prevede di spostare il nucleo
familiare in un’altra abitazione: in particolare l’11,5%
di passare ad una casa in proprietà e il 9,6% in un’altra
abitazione in affitto. Tali previsioni cambiano in modo rilevante
in relazione alla classe di reddito familiare: sotto i 20.000
euro solo l’8,2% prevede di acquistare un’abitazione,
mentre nella fascia di reddito sopra i 20.000 euro tale percentuale
sale al 25,3%.
Tab.
27 - Previsioni di investimento immobiliare relative ai prossimi
tre anni per classe di reddito familiare (val. %)*

(*)
Il totale delle percentuali potrebbe essere diverso da 100
perchè erano possibili più risposte
Fonte: indagine Censis-Sunia 2007
Interpellati sulle motivazione alla base dell’intenzione
di acquisto (tab. 28), circa la metà delle famiglie
oggi in affitto che prevedono di comprare un’abitazione
(47,2%) è spinta soprattutto da un fattore di convenienza
economica (“meglio pagare un mutuo che un canone di
locazione”).
Un altro 30,3% di coloro che manifestano un’intenzione
di acquisto è spinto dal desiderio di diventare proprietario,
una motivazione tuttavia maggiormente presente nelle fasce
di reddito più basse. Tra le famiglie sopra i 20.000
euro sono maggiormente presenti motivazioni legate ad esigenze
di alcuni membri della famiglia ed al desiderio di miglioramento
dell’abitazione o del quartiere di residenza.
Tab. 28 - Ragione prevalente che spinge all’acquisto
di un’abitazione per classe di reddito familiare (val.
%)

Fonte:
indagine Censis-Sunia 2007 |